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domenica 8 gennaio 2017

Kierkegaard e Munch: angoscia e disperazione



Il pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944) fu profondamente ispirato dalla filosofia esistenzialistica di Kierkegaard, filosofo danese dell'Ottocento (1813-1855).

Emblematico è il fatto che la ricerca filosofica dell’uno e la creazione artistica dell’altro sono entrambe la risposta a un’esistenza dolorosa, vissuta come segno misterioso di un tragico destino. 

Kierkegaard (1813-1855) nelle pagine del suo Diario parla di un “grande terremoto” che sconvolse la sua esistenza e di un “castigo di Dio” abbattutosi sulla sua anima.

Munch a sua volta scrive: “La mia arte ha le sue radici nelle riflessioni sul perché non sono uguale agli altri, sul perché ci fu una maledizione sulla mia culla, sul perché sono stato gettato nel mondo senza poter scegliere”. 


Oltre a ciò, emergono molte affinità tra i temi dell’angoscia e della disperazione come sono trattati da Kierkegaard e le opere di Munch.




                                                                  ANGOSCIA, 1894

L'angoscia o smarrimento di fronte al mondo

I cromatismi violenti e le linee sinuose e dense di questo quadro, intitolato Angoscia (1894) esprimono lo stesso tono emotivo delle pagine di Kierkegaard:

La mia anima è così pesante che nessun pensiero è capace di portarla, nessun colpo d’ala può sollevarla verso l’etere. Se essa si muove, non riesce che a sfiorare la terra, come il volo basso degli uccelli quando minaccia l’uragano. Sulla mia anima incombe un’oppressione greve, un’angoscia che fa presentire il terremoto” (da Aut-Aut).

I volti lividi raffigurati da Munch esprimono instabilità, smarrimento, dubbio di fronte al mondo. Questo stato d’animo non ha niente a che vedere con la paura, la quale si riferisce piuttosto a qualcosa di determinato e puntuale. L’angoscia è sofferenza non tanto per ciò che accade, quanto per qualcosa che può accadere, è vertigine per quella dimensione della possibilità che caratterizza l’essere umano. E non è un caso che l’angoscia di Munch sia un sentimento in un certo senso “collettivo”, che accomuna un corteo di personaggi dagli sguardi fissi e allucinati.


DISPERAZIONE, 1892

La disperazione o vuoto interiore

Questo quadro si intitola Disperazione (1892). La scena è dominata da un individuo solitario, dal profilo indefinito, come dissolto e diluito sulla tela a sottolineare la preponderanza del contenuto interiore su quello esteriore. La disperazione è infatti un’angoscia “interna” all’anima, cioè un’angoscia individuale, psicologica: per questo le altre persone sono ritratte sullo sfondo, lontane e di spalle, nella loro indifferenza.

Anche per Kierkegaard  la disperazione riguarda la relazione dell’uomo con se stesso. Essa è “malattia mortale”, che consiste nel “vivere la morte dell’io”, il quale, nel tentativo di essere autonomamente e autenticamente se stesso, si scopre inevitabilmente prigioniero della propria finitezza e non autosufficienza.


L'URLO, 1893

L’urlo della disperazione

L’Urlo (1893) richiama la situazione solitaria e intimistica di Disperazione. Anche nell’Urlo, infatti, non c’è nulla di esterno che sembri indurre il protagonista della scena a urlare. La “vittima” della disperazione è presa da un terrore che lo assale da dentro e che si esprime nell’ossimoro di un urlo “muto”, perso e inutile in una realtà lontana (rappresentata dai viandanti sullo sfondo, dal fiordo con le due barche e dal campanile che si intravede sulla destra). Le mani premute sulle orecchie e il lungo steccato che percorre la tela, quasi a delineare il confine invalicabile tra l’individuo e il mondo, danno l’idea di un movimento interiore a cui non è concesso di esprimersi al di là dei confini dell’anima.

da La ricerca del pensiero, Paravia, vol.3


nota storico-biografica:

Negli anni Trenta e Quaranta, la propaganda nazionalsocialista perseguì le opere di Munch, definendole «arte degenerata»: queste misure vessatorie, che vennero adottate anche con le tele di Picasso, Paul Klee, Matisse, Gauguin ed altri artisti moderni, comportarono l'immediata rimozione delle 82 opere munchiane esposte nei musei tedeschi.
Munch ne soffrì amaramente, e a ciò si aggiunse la paura, sorta nel 1940 con l'occupazione nazista della Norvegia, di un imminente sequestro della sua opera omnia
Munch allora aveva 76 anni, e non era consapevole che ben settantuno sue opere avrebbero fatto poi ritorno in Norvegia, acquistate da collezionisti privati.
Munch morì nella tenuta a Ekely il 23 gennaio 1944, appena un mese dopo il suo ottantesimo compleanno.

1 commento:

  1. Complimenti per l'articolo, avete sottolineato perfettamente i punti in comune fra questi due geni norvegesi ed è davvero pazzesco vedere come l'arte di Munch riesca a trasmettere perfettamente gli stessi messaggi degli scritti di Kierkegaard

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