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martedì 28 marzo 2017

ancora antisemitismo in Ungheria



«Quando ci sono cambiamenti forti, cadono le statue; abbattute. 
A Budapest, l’amministrazione della città ha deciso di abbattere la statua di Gyorgy Lukacs, grande e famoso pensatore marxista, che ha influenzato l’occidente intero. 
La repulsione per il tallone staliniano non consente evidentemente sottigliezze da intellettuali. Le statue e i monumenti, però, sono la memoria di pietra della propria storia e civiltà. Così, giù un monumento, su un altro, che faccia vibrare le corde dell’orgoglio e possa rimanere negli occhi e nella mente dei bambini, additati dagli adulti ad esempio. 
Poco distante, allora, la stessa amministrazione ha deciso di erigere un altro monumento: a Balint Homan. 
Conoscevo Lukacs; non conoscevo Holman, che  non ha certo altrettanta fama in occidente, fuori dall’Ungheria, ma è ben conosciuto in patria e dagli ebrei d’Europa. 
Nazista, è stato responsabile della loro deportazione dall’Ungheria verso i campi di sterminio»

Umberto Pradella

di Martina Morabito, 5 I

domenica 19 marzo 2017

Comte e il Positivismo


".....La rivoluzione fondamentale che caratterizza la virilità della nostra intelligenza consiste essenzialmente nel sostituire, dappertutto, all'inaccessibile determinazione delle cause propriamente dette, la semplice ricerca delle leggi, cioè delle relazioni costanti che esistono tra i fenomeni osservati...."

A.Comte, Discorso sullo spirito positivo,1884

domenica 12 marzo 2017

stage a Noto e Vindicari di Tai Chi

la prof.ssa Pia Vacante 

propone uno stage di Tai Chi  aperto agli studenti del liceo Leonardo 
da realizzare entro il prossimo mese di aprile



presentiamo qui una sintesi del progetto laboratoriale 

Mens sana in corpore sano – Tai Chi


LABORATORIO DI FILOSOFIA PRATICA
a cura del prof. Antonio Casciaro
Il Laboratorio di Filosofia pratica sarà una fucina di idee che mira allo sviluppo della consapevolezza personale e al confronto attivo dei partecipanti.
Non è necessario essere già abili, infatti ogni allievo costruirà il suo personale percorso di crescita e comprensione attraverso le modalità, le pratiche e le tecniche che di volta in volta il curatore/ i curatori del laboratorio proporrà/anno al gruppo.
La visione in cui è inserito il Laboratorio è una visione globale e olistica, formata dalle due parti fondamentali che costituiscono ogni essere vivente, una parte fisica e una parte mentale.
Considerando l’Essere Umano come una un’UNITA’ INTEGRATA di mente e corpo, il Laboratorio proporrà delle pratiche volte a sviluppare e mantenere l’equilibrio psicofisico personale.
Il Tai Chi è un’Arte corporea che fonda i suoi principi sulla visione olistica della persona in cui tutto risulta sempre in perfetto equilibrio dinamico. In quest’Arte il corpo e la mente si fondono con il respiro, con il cuore, con l’ambiente attraverso l'armonia dei movimento. Praticarla rende la circolazione energetica all’interno del corpo estremamente benefica. Da qui il nome, da noi occidentali attribuito, di Ginnastica di Lunga Vita.
Praticare il Tai Chi ha come principale scopo quello di amplificare il potere della mente, di allenare l’interazione dinamica tra corpo e mente, ricercare armonia tra pensiero ed azione, di sviluppare la forza del cuore. Un corpo forte a nulla serve se il cuore trema. Questo comporta, oltre al lavoro sulle qualità della mente (volontà, attenzione, concentrazione etc.), lo sviluppo di quelle che sono chiamate le “ Tre Armonie Interne ”:
1.       Il Cuore con l’Intenzione
2.       L’ Intenzione con l’Energia
3.       L’Energia con la Forza
Il Tai Chi è la perfetta sintesi della nostra idea di Mens sana in corpore sano, con esso è possibile ricercare e trovare la sanità dell'anima e la salute del corpo.

Infine l’obiettivo principale è quello di dotare i partecipanti di una maggiore conoscenza del proprio corpo, della comprensione e la gestione del respiro, di controllare le paure e disciplinare le emozioni, ma soprattutto di ricercare tutto questo attraverso sé stessi.


         Tutti gli interessati possono rivolgersi alla professoressa Vacante per dettagli ed informazioni

venerdì 10 marzo 2017

tre modi di essere donna in Israele, un film presto nelle sale



segnalato da Innocenzo Grimaldi



Un'opera prima che si colloca nell'asse ereditario di Sognando Beckham e Caramel, una storia d'amicizia e una riflessione sull'indipendenza femminile in un contesto lacerato da forti e profondi contrasti
 
Nella Tel Aviv metropolitana che ribolle di cultura underground, vivono tre amiche divise dalle pulsioni e rese gemelle dalla necessità di essere forti. Più forti di chi le tradisce, le giudica o le umilia.

Leila, Salma e Nour rappresentano tre modi di essere donna in Israele
Libero, Conservatore e Indipendente ma attento alle regole.





il film:


Libere disobbedienti innamorate racconta le vicende di tre ragazze che dividono un appartamento a Manshiyya, il quartiere yemenita di Tel Aviv, le dinamiche delle loro relazioni e in particolare il dualismo nel quale si muovono, fra progressismo e conservatorismo, fra uomini e donne, fra il villaggio d'origine, la famiglia e una grande città caratterizzata dal fermento della cultura underground ("come se fossero gli anni Sessanta del mondo arabo", dice la regista). 

Tre amiche divise dalle pulsioni e rese simili dalla voglia di essere più forti di chi le tradisce, di chi le giudica, di chi le umilia. 

la regista:

Trentacinque anni, figlia di genitori comunisti, Maysaloun Hamoud è cresciuta a Be'er Sheva, ha studiato a Gerusalemme e poi a Jaffa, dove ha frequentato i corsi di cinema della Minshar School of Art. "La mia formazione va da Emile Habibi a Marx, dalle manifestazione del Primo Maggio alla visual art della cartoonist Naji al-Ali" commenta la regista, che con questo film (il suo esordio nel lungometraggio dopo i corti Shades of light del 2009, Scent of morning del 2010 e Salma del 2012) ha provato a scattare la foto di una generazione, la sua, quella "che ha iniziato ad avvicinarsi alla politica dall'ottobre del 2000 e dalla seconda Intifada, che ha accolto le istanze non solo sul piano della politica nazionale ma anche sul fronte sociale e femminista, quella stessa generazione arrivata a maturazione con la Primavera araba del 2011". 

"Ho cercato di raccontare il prezzo che queste ragazze devono pagare - continua Hamoud -  per una condizione che normalmente può apparire scontata: la libertà di lavorare, fare festa, fare l'amore, scegliere. Laila, Salma e Nour scelgono, appunto, di non voltarsi a guardare indietro anche se il loro viaggio verso il futuro è lontano da qualunque certezza". 

giovedì 23 febbraio 2017

il mito della caverna e i suoi significati




[...]Rifletti ora anche su quest’altro punto, feci io. Se il nostro uomo ridiscendesse e si rimettesse a sedere sul medesimo sedile, non avrebbe gli occhi pieni di tenebra, venendo all’improvviso dal sole? – 
Sí, certo, rispose. – E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima che gli occhi tornino allo stato normale? e se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? e non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale neppure la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo? – Certamente, rispose. [...] 

Platone, La Repubblica


libertà, conoscenza, solidarietà, giustizia, educazione, arte


sono solo alcuni dei temi che questo mito invita a trattare





domenica 19 febbraio 2017

La modernità liquefatta

di Remo Bodei
segnalato da Innocenzo Grimaldi

A incontrarlo nella vita privata, Zygmunt Bauman era un uomo gentile, che suscitava una sorta di tenerezza in chi aveva occasione di osservarne le premurose manifestazioni d’affetto per Janine, sua prima moglie, eroina dell’insurrezione del ghetto di Varsavia, e per Aleksandra, sua seconda moglie, un’allieva dei suoi primi corsi di sociologia, ritrovata in tarda età. 
Era perciò difficile capire subito come la sua apparente serenità, la sua pacata saggezza nell’argomentare problemi complessi, la sua insaziabile curiosità rivolta a tutti gli aspetti della condizione umana potessero coesistere con l’esperienza dei drammi attraversati nel corso della sua lunga vita: l’invasione tedesca della Polonia, l’olocausto, la partecipazione alla guerra, da giovanissimo, nelle truppe polacche arruolate dall’Armata Rossa, la dura militanza politica e teorica, inizialmente da marxista, l’espulsione dall’università di Varsavia in seguito a un’ennesima ondata di antisemitismo, la temporanea attività didattica all’università di Tel Aviv, da cui si allontanò per dissapori sulla politica sionista, fino al pluridecennale insegnamento a Leeds e all’acquisto della cittadinanza britannica.
La sua fama viene normalmente associata all’idea di “società liquida” e di tanti altri fenomeni catalogati sotto l’etichetta della “liquidità”. Tale proprietà attribuita al mondo moderno e “postmoderno” costituisce, in effetti, uno dei suoi maggiori contributi alla comprensione del presente, la cui lontana origine può essere fatta risalire a una frase del Manifesto del partito comunista di Marx e Engels (già ripresa da Marshall Berman in All that is solid melts into air, del 1985), in cui si afferma che, con la borghesia, tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria e tutto ciò che è sacro viene profanato. 
Bauman aveva acutamente articolato questo spunto isolato nell’ampia analisi delle società contemporanee nell’era della globalizzazione diffusa. Le aveva descritte come caratterizzate dall’indebolimento o dall’impotenza di quelle strutture (come lo Stato-nazione) che avevano in precedenza garantito le “strategie di vita” e l’orizzonte di senso dei singoli e delle collettività.
Da ciò faceva discendere una serie di fattori: l’individualismo di massa, per cui si allentano sia i legami tra persone e istituzioni, sia quelli delle persone tra loro (segnalava, a questo proposito, il fatto che negli Stati Uniti i divorzi dopo due anni di matrimonio fossero saliti al 50% e che si stesse diffondendo la moda dello speed-dating, degli- incontri-lampo e senza impegno per cuori solitari); l’affievolirsi nelle coscienze dei valori etici, che, a causa della rapidità dei mutamenti, non riescono più a sedimentarsi in abitudini e tradizioni; la solitudine degli individui, che trova una parziale compensazione nello sforzo di allontanare sempre più il pensiero della morte; il desiderio di consumare la vita al pari di ogni altra merce, alla ricerca nello shopping di una felicità da afferrare avidamente prima che sfugga l’occasione. 
Alla struttura si sostituisce così la rete, alla durata la provvisorietà, al culto della memoria la propensione all’oblio, alla padronanza di sé la preoccupazione per la propria incolumità di fronte a pericoli incontrollabili come il terrorismo.
Eppure, questo aspetto ’liquido’ che sembra onnipervasivo si restringe a quella parte del genere umano che vive nelle zone più fortunate e sicure del pianeta o nelle sparse nicchie ritagliate altrove dai privilegiati. Nel resto del mondo, l’ordine della modernità capitalistico-liberale, che si esprime attraverso la globalizzazione diffusa, ha invece creato un’umanità di esseri in esubero, i quali – analogamente ai rifiuti prodotti dalla società industriale – hanno le loro discariche e non sono più utilizzabili. La globalizzazione ha i suoi salvati e i suoi sommersi. Con un cambiamento di direzione rispetto ai flussi migratori dell’età del colonialismo, le “vite di scarto” invadono i paesi meno segnati da fame e da guerre, che si sentono perciò minacciati. Da quando la modernizzazione compulsiva ha permeato il resto del mondo, «gli effetti del suo dominio planetario sono ricaduti su chi li ha provocati»: «Loro sono troppi» e «Noi non siamo abbastanza» si dice allora nelle nazioni a natalità decrescente.
L’ordine è così diventato disordine, generando ulteriori paure e incertezze nei confronti del futuro. Queste ultime, tuttavia, s’innestano e si sommano a quelle da sempre comuni a tutti gli uomini. In qualsiasi società umana, in tutta la storia della nostra specie, la paura e l’incertezza sono, infatti, costanti ineliminabili. Hanno la propria sorgente nella consapevolezza, che ciascuno avverte, di dover morire, nell’orrenda prospettiva della putrefazione del corpo e del precipitare della vita nel nulla o nell’ignoto. 
Tutte le civiltà rappresentano pertanto delle reazioni all’esistenza effimera degli individui, “fabbriche di trascendenza”, ossia di superamento incessante di ciò che si trova prima che l’immaginazione della cultura si metta in moto nel creare l’illusione necessaria della permanenza e del senso delle cose. La civiltà trionfa sulla morte soprattutto quando essa non «appare sotto il proprio nome», là dove «riusciamo a vivere come se la morte non ci fosse o non ci importasse».
Quello che, per sua stessa ammissione, Bauman si è sforzato di fare è stato di indurci a guardare «con occhi un po’ diversi, il fin troppo familiare - o così si dice - mondo moderno che tutti condividiamo e abitiamo». Nell’assegnare alla nostra parte di mondo il carattere ineliminabile della “liquidità”, egli ha, tuttavia, sottovalutato i recenti sviluppi storici. Con il progressivo manifestarsi dei lati negativi della globalizzazione, si scopre oggi, sempre di più, la solida durezza e la spigolosità del reale, la difficoltà di oltrepassare i limiti di benessere e di sicurezza promessi negli ultimi decenni del secolo scorso. 
Inoltre, a causa del prolungarsi in molti paesi della crisi finanziaria del 2007/2008, anche la felicità data dallo shopping diminuisce nella stessa proporzione in cui lo shopping stesso è costretto a diminuire. Si direbbe che il nostro tempo cominci a somigliare, in misura inquietante, agli anni Trenta del Novecento, con il ritorno dei nazionalismi e del protezionismo e con la richiesta di chiusura delle frontiere. Anche l’Occidente si sente meno liquido. Avanza l’esigenza di un nuovo senso di responsabilità e aumenta la consapevolezza della drammaticità delle decisioni.
Il Sole 24 Ore, 15 gennaio 2017

Spinoza e la ricerca del sommo bene

Ideas positivas prius format, quam negativas.

Forma le idee positive prima delle negative


LA STATUA DEDICATA A SPINOZA AD AMSTERDAM


Dopo che l'esperienza mi ebbe insegnato che tutte le cose che frequentemente si incontrano nella vita comune sono vane e futili; e quando vidi che tutti i beni che temevo di perdere e tutti i mali che temevo di ricevere non avevano in sé nulla né di bene né di male, se non in quanto l'animo ne era turbato, decisi infine di ricercare se si desse qualcosa che fosse un bene vero e condivisibile, e dal quale soltanto, respinti tutti gli altri, l'animo fosse affetto; anzi, se esistesse qualcosa grazie al quale, una volta scoperto e acquisito, godessi in eterno una gioia continua e suprema.

Baruch Spinoza




domenica 22 gennaio 2017

Memoria e globalizzazione secondo Bauman



Zygmunt Bauman, filosofo e sociologo da poco scomparso, in questo breve testo collega la necessità della memoria al rispetto dell'uomo e dell'umanità, unica strada da percorrere per salvare sopravvivenza e giustizia nell'epoca della globalizzazione

martedì 17 gennaio 2017

lunedì 9 gennaio 2017

un saluto a Bauman


Ci ha lasciato oggi il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman

Nato a Poznan in Polonia nel 1925, viveva e insegnava da tempo a Leeds, in Inghilterra, ed era noto in tutto il mondo per essere il teorico della postmodernità e della cosiddetta "società liquida", che ha spiegato in uno specifico ciclo della sua produzione saggistica, dall'"amore liquido" alla "vita liquida". 

Per Bauman, infatti,  il tessuto della società contemporanea, sociale e politico, era "liquido", cioè sfuggente a ogni categorizzazione del secolo scorso e quindi inafferrabile. 

Questo a causa della globalizzazione, delle dinamiche consumistiche, del crollo delle ideologie che nella postmodernità hanno causato uno spaesamento dell'individuo e quindi la sua esposizione brutale alle spinte, ai cambiamenti e alle "violenze" della società contemporanea dell'incertezza, che spesso portano a omologazioni collettive immediate e a volte inspiegabili per esorcizzare la "solitudine del cittadino globale", come si chiama uno dei suoi lavori più celebri.


LA CONCEZIONE DELL’IDENTITÀ secondo Bauman

dalla globalizzazione alla crisi socio-culturale nell'esistenza umana

Anche sulle migrazioni le  idee di Bauman sono state illuminanti:

"Questi migranti, non per scelta ma per atroce destino, ci ricordano quanto vulnerabili siano le nostre vite e il nostro benessere. Purtroppo è nell'istinto umano addossare la colpa alle vittime delle sventure del mondo. E così, anche se siamo assolutamente impotenti a imbrigliare queste estreme dinamiche della globalizzazione, ci riduciamo a scaricare la nostra rabbia su quelli che arrivano, per alleviare la nostra umiliante incapacità di resistere alla precarietà della nostra società. 

E nel frattempo alcuni politici o aspiranti tali, il cui unico pensiero sono i voti che prenderanno alle prossime elezioni, continuano a speculare su queste ansie collettive, nonostante sappiano benissimo che non potranno mai mantenere le loro promesse. 

Ma una cosa è certa: costruire muri al posto di ponti e chiudersi in 'stanze insonorizzate' non porterà ad altro che a una terra desolata, di separazione reciproca, che aggraverà soltanto i problemi".

per ascoltarlo ancora una volta, ecco una sua intervista del 2012

IL SENSO DELLA VITA SECONDO BAUMAN


Bauman ha svelato il volto cupo e tragico dell’ultra-capitalismo, feroce espressione di creazione e gestione della disuguaglianza tra gli individui, dove all’arricchimento smodato dei pochi ha corrisposto il rapido, crescente impoverimento dei molti. 

Polacco di origine (nato a Poznan nel 1925, viveva a Leeds in Inghilterra, dove è stato docente) era passato attraverso il cattolicesimo e il comunismo, traendo spunti importanti da entrambi, ed era diventato uno dei più formidabili osservatori critici della contemporaneità. Ci ha aiutato a guardare dietro lo specchio ammiccante del post-moderno, sotto la vernice lucente dell’asserita “fine della storia”, ossia della proclamata nuova generale armonia tra Stati e gruppi sociali, rivelatasi il suo opposto, ossia una terribile guerra dei ricchi ai poveri, ennesima manifestazione della lotta di classe dall’alto. Ha guardato, Bauman, alle “Vite di scarto” (altra sua opera), generate incessantemente dall’infernale “megamacchina” del “finanzcapitalismo” (richiamo con queste espressioni un altro grande scomparso, Luciano Gallino), o dalle assurdità crudeli del “capitalismo parassitario”, come Bauman lo ha chiamato. 

Con una immensa produzione - volumi, saggi, articoli, conferenze, proseguita fino all’ultimo – è come se quest’uomo mite e affabile, avesse voluto tendere una mano a tutti coloro che dal processo di mostruosa produzione di denaro attraverso denaro, erano esclusi; quasi a voler “salvare”, con le sue parole, gli schiacciati dai potentati economici, a voler dar voce a quanti, in una “società sotto assedio” (ancora un suo titolo), dominata dalla paura, dal rancore, dall’ostilità, vedevano e vedono le proprie vite disintegrate. 

La società “liquida” è questa nostra società, che ha perso il senso della comunità, priva di collanti al di là del profitto e del consumo, una società il cui imperativo, posto in essere dai ricchi contro i poveri, dai potenti contro gli umili, è ridotto alla triade: “Produci/Consuma/Crepa”. Le opere di Bauman, che, per quanto fortunate editorialmente sono state cibo per pochi, purtroppo, sono un tesoro cui attingere per comprendere le ingiustizie del tempo presente, denunciarle, e se possibile, combatterle"

Angelo D' Orsi, 

DAL BLOG CESIM

domenica 8 gennaio 2017

Kierkegaard e Munch: angoscia e disperazione



Il pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944) fu profondamente ispirato dalla filosofia esistenzialistica di Kierkegaard, filosofo danese dell'Ottocento (1813-1855).

Emblematico è il fatto che la ricerca filosofica dell’uno e la creazione artistica dell’altro sono entrambe la risposta a un’esistenza dolorosa, vissuta come segno misterioso di un tragico destino. 

Kierkegaard nelle pagine del suo Diario parla di un “grande terremoto” che sconvolse la sua esistenza e di un “castigo di Dio” abbattutosi sulla sua anima.

Munch a sua volta scrive: “La mia arte ha le sue radici nelle riflessioni sul perché non sono uguale agli altri, sul perché ci fu una maledizione sulla mia culla, sul perché sono stato gettato nel mondo senza poter scegliere”. 


Oltre a ciò, emergono molte affinità tra i temi dell’angoscia e della disperazione come sono trattati da Kierkegaard e le opere di Munch.




                                                                  ANGOSCIA, 1894

L'angoscia o smarrimento di fronte al mondo

I cromatismi violenti e le linee sinuose e dense di questo quadro, intitolato Angoscia (1894) esprimono lo stesso tono emotivo delle pagine di Kierkegaard:

La mia anima è così pesante che nessun pensiero è capace di portarla, nessun colpo d’ala può sollevarla verso l’etere. Se essa si muove, non riesce che a sfiorare la terra, come il volo basso degli uccelli quando minaccia l’uragano. Sulla mia anima incombe un’oppressione greve, un’angoscia che fa presentire il terremoto” (da Aut-Aut).

I volti lividi raffigurati da Munch esprimono instabilità, smarrimento, dubbio di fronte al mondo. Questo stato d’animo non ha niente a che vedere con la paura, la quale si riferisce piuttosto a qualcosa di determinato e puntuale. L’angoscia è sofferenza non tanto per ciò che accade, quanto per qualcosa che può accadere, è vertigine per quella dimensione della possibilità che caratterizza l’essere umano. E non è un caso che l’angoscia di Munch sia un sentimento in un certo senso “collettivo”, che accomuna un corteo di personaggi dagli sguardi fissi e allucinati.


DISPERAZIONE, 1892

La disperazione o vuoto interiore

Questo quadro si intitola Disperazione (1892). La scena è dominata da un individuo solitario, dal profilo indefinito, come dissolto e diluito sulla tela a sottolineare la preponderanza del contenuto interiore su quello esteriore. La disperazione è infatti un’angoscia “interna” all’anima, cioè un’angoscia individuale, psicologica: per questo le altre persone sono ritratte sullo sfondo, lontane e di spalle, nella loro indifferenza.

Anche per Kierkegaard  la disperazione riguarda la relazione dell’uomo con se stesso. Essa è “malattia mortale”, che consiste nel “vivere la morte dell’io”, il quale, nel tentativo di essere autonomamente e autenticamente se stesso, si scopre inevitabilmente prigioniero della propria finitezza e non autosufficienza.


L'URLO, 1893

L’urlo della disperazione

L’Urlo (1893) richiama la situazione solitaria e intimistica di Disperazione. Anche nell’Urlo, infatti, non c’è nulla di esterno che sembri indurre il protagonista della scena a urlare. La “vittima” della disperazione è presa da un terrore che lo assale da dentro e che si esprime nell’ossimoro di un urlo “muto”, perso e inutile in una realtà lontana (rappresentata dai viandanti sullo sfondo, dal fiordo con le due barche e dal campanile che si intravede sulla destra). Le mani premute sulle orecchie e il lungo steccato che percorre la tela, quasi a delineare il confine invalicabile tra l’individuo e il mondo, danno l’idea di un movimento interiore a cui non è concesso di esprimersi al di là dei confini dell’anima.

da La ricerca del pensiero, Paravia, vol.3


nota storico-biografica:

Negli anni Trenta e Quaranta, la propaganda nazionalsocialista perseguì le opere di Munch, definendole «arte degenerata»: queste misure vessatorie, che vennero adottate anche con le tele di Picasso, Paul Klee, Matisse, Gauguin ed altri artisti moderni, comportarono l'immediata rimozione delle 82 opere munchiane esposte nei musei tedeschi.
Munch ne soffrì amaramente, e a ciò si aggiunse la paura, sorta nel 1940 con l'occupazione nazista della Norvegia, di un imminente sequestro della sua opera omnia
Munch allora aveva 76 anni, e non era consapevole che ben settantuno sue opere avrebbero fatto poi ritorno in Norvegia, acquistate da collezionisti privati.
Munch morì nella tenuta a Ekely il 23 gennaio 1944, appena un mese dopo il suo ottantesimo compleanno.

mercoledì 4 gennaio 2017

mito e utopia


post di Roberta Raneri, 5 I


 appunti sul convegno  del 9 e 10 dicembre 2016
 “Pier Paolo Pasolini e… la profezia del Mediterraneo”
presso la  Casa San Tommaso di Linguaglossa. 




"Parlo da utopista, lo so. Ma non c’è alternativa: si deve essere utopisti oppure sparire”.  Proprio con queste parole, nelle quali si  concentra quella che è la concezione pasoliniana in merito all’utopia, inizia la relazione del professore  Francesco Coniglione nella giornata del 10 dicembre a Linguaglossa, con lo scopo di presentare con chiarezza il rapporto e la differenza tra Mito e Utopia, facendo cosi emergere  l’ utopista per eccellenza,  Pier Paolo Pasolini.
Secondo il relatore, il pensiero di Pasolini è quello che più ci aiuta a comprendere cosa si intenda per utopia o “sogno dell’occidente” e mito. L’utopia non è speranza, né significa pensare a ciò che possa essere nella sua integrità perfetto poiché l’idea di perfezione è già  frutto della speranza di reintegrazione di una condizione passata ritenuta ottimale. Solo attraverso i miti questa idea di perfezione vuole rivivere la condizione originaria, consentendole di farla emergere anche nei tempi odierni.  Tuttavia, se il mito è sogno dell’immaginazione che guarda al passato, l’utopia è rappresentata dalla ragione che fa riferimento all’età futura. Secondo l’opinione del relatore, le utopie moderne riguardano  città ideali concepite su un piano razionale,  nate durante l’età della ragione e nel momento in cui entra in crisi il millenarismo. La realizzazione dell’utopia avviene attraverso la personificazione dell’anima  e quest’ultima non si fonda sulla speranza di un paradiso, ma su un incremento della conoscenza. Ha pertanto origine  dalla scienza e consente all’uomo di uscire dalla condizione di “ferinità” per accedere ad una società migliore.  L’utopia è dunque il sogno dell’età della ragione, di una umanità uscita dal Medioevo che pone tutte le proprie speranze nello sviluppo della ragione. Il mito fa riferimento al passato, mentre l’utopia è completamente rivolta al futuro, in cui bisogna raggiungere una condizione di progresso.
Riprendendo la filosofia baconiana , il relatore sostiene che egli non fu un rivoluzionario per le concezioni scientifiche, ma lo fu perchè immaginò una società utopica governata dai sapienti, ovvero da coloro che si dedicavano alla conoscenza delle caratteristiche della natura, affinchè quest’ultima si mettesse a servizio dell’uomo.
 Possiamo parlare di utopia all’interno della società? Il socialismo è la massima espressione di questa concezione di perfezione, secondo cui  ciascuno che ricopre un ruolo ben preciso ha il compito di restare al proprio posto per una nuova finalità generale. L’utopia infatti, come già detto,  non deve prospettare un ritorno ad uno stato originario, ma descrivere uno stato o una condizione  storica alternativa. Quest’ultima esiste all’interno della società che crede in se stessa e nelle possibilità della ragione umana e della rivoluzione futura . Una società che vede il futuro come pericolo tende a guardare indietro, e quindi verso il mito,  considerato dal relatore un ricordo nostalgico, risalente all’età dell’oro.
Oggi non si scrivono più utopie ma “distopie”. - Perché?-  si chiede il professore Coniglione.  

“Perchè noi non crediamo più nelle capacità dell’uomo e nella costruzione di  un futuro mediante il solo utilizzo della ragione”