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sabato 29 giugno 2013

Parole e silenzio

 


"Le parole, che curano e aiutano a vivere, non sono solo quelle che un medico deve dire ai suoi pazienti, cercando di adattarle alla loro sensibilità e alla loro fragilità, ma sono anche quelle che un genitore rivolge ai suoi figli, un insegnante ai suoi allievi, un sacerdote ai suoi fedeli. In ogni forma di dialogo, in ogni forma di comunicazione, dovremmo allora fare grande attenzione alle parole che esprimiamo, e che talora, al di là di ogni nostra intenzione, possono ferire le persone più sensibili e vulnerabili.

Le parole, che fanno del bene e che curano, sono quelle che tengono conto della importanza del silenzio nello svolgersi di un colloquio, di un dialogo.

Le parole sono come la sistole del nostro cuore, e il silenzio è invece come la diastole del nostro cuore.

L’una e l’altra, la sistole e la diastole, sono ugualmente indispensabili alla nostra vita e, in particolare, alla comunicazione delle nostre emozioni e dei nostri pensieri; e alla loro comprensione, e alla loro accoglienza, da parte degli altri: dei propri figli, dei propri allievi, dei propri fedeli, ma anche di chiunque entri in relazione con noi..."

Eugenio Borgna, Noi siamo un colloquio, 1999


Eugenio Borgna (Novara, 1930) è responsabile del Servizio di Psichiatria dell'Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali dell'Università di Milano. In qualità di esponente dell'indirizzo fenomenologico contesta l’interpretazione naturalistica - ancora oggi in voga - delle patologie mentali che ricerca le cause della psicosi nel malfunzionamento dei centri cerebrali, e la sua cura attraverso i farmaci e l’elettroshock. La psichiatria, sostiene Borgna,  ha a che fare soprattutto con la cura, ma la cura non può essere soltanto farmacologica: è anche psicologica e sociale e dipende soprattutto dalla capacità di ascoltare, per cogliere quel colloquio interiore che ognuno di noi intrattiene con le voci e i silenzi della propria anima, anche quando ci si trova persi nelle pieghe più profonde della sofferenza psichica.

Eugenio Borgna possiede una straordinaria sensibilità e forza comunicativa. Leggerlo è un continuo scoprire e al contempo trovare conferme, il che non è paradossale perchè rappresenta proprio il cammino dell'intelligenza umana, già individuato da Platone, che procede attraverso conoscenze e ri-conoscimenti interiori. Riflettere sulla complementarietà di parole e silenzio è necessario se vogliamo dare senso alla comunicazione, specie quando quel silenzio  significa anche ascolto dell'altro. Non si ascoltano solo le parole, ma anche il volto, lo sguardo e i gesti di chi ci sta vicino. La parola allora attende altre risposte, che solo il silenzio aiuta a formulare.

mercoledì 26 giugno 2013

Festival filosofia 2013


Riporto il messaggio di Roberto di  3H,e mi associo al suo invito :-)


http://www.festivalfilosofia.it/2013/
Segnalo questo link, è il festival della Filosofia 2013, che si terrà a Modena, Carpi e Sassuolo dal 13 al 15 Settembre..

un pensierino per andarci?
A presto!





domenica 23 giugno 2013

Da Ipazia a tutte le donne


La visione del film Agorà sulla vita della filosofa Ipazia ha stimolato in classe domande sulla presenza femminile nella storia e nella filosofia. Perchè se è certo che le donne ci sono sempre state nell'evoluzione dell'umanità, come mai, come scriveva anni fa Sheila Rowbotham, sono state "escluse dalla storia"? 
Poche le loro tracce nei manuali scolastici, pochissime le donne studiate nei percorsi artistici, letterari, filosofici. E' chiaro che millenni di cultura hanno un ruolo in tutto questo.

Ecco quanto ha cercato di ricostruire Syria Magro, classe 3 H, nel tentativo di trovare una prima risposta alle domande dei suoi compagni.




Essere donna ieri e oggi

Il ruolo della donna nella storia e, in proiezione, nell'evoluzione del pensiero filosofico, è stato caratterizzato da un'incessante lotta per l'emancipazione; battaglia che non è  giunta al suo pieno compimento neanche nella nostra contemporaneità. Usando le parole di una scrittrice, Stefania Tarantino, possiamo definire la posizione della donna nelle diverse epoche come una "presenza assente ". La donna è vista come marginale e strumentale in una società impregnata da un maschilismo profondamente radicato e difficile da estirpare .
 
Nell'Antica Grecia alla donna venivano negati diritti civili , politici ed economici . Le si conferiva un'inferiorità strutturale, sia fisica sia di forma mentis . Queste convinzioni erano sostenute anche da illustri filosofi del tempo come, ad esempio, Aristotele che considerava le donne imperfette e incomplete . Un miglioramento si registra invece nella figura della donna spartana tra il IV e I sec. a.c. . I diritti di queste donne tuttavia non riguardano ancora la partecipazione alla vita politica, bensì sono limitati alla sfera "privata", come la possibilità d’essere parte attiva e passiva nei testamenti e quella di poter stipulare contratti. In un’analoga situazione si trovano le donne dell'antica Roma . Con la crisi della Repubblica nel I sec. però alle donne romane venne data più libertà e furono integrate in alcune delle discipline che precedentemente erano state a loro precluse ( arte, letteratura , poesia e medicina  ) Un sostanziale cambiamento per quanto riguarda la percezione e il rispetto della dignità della donna si avrà soprattutto grazie all'introduzione del messaggio evangelico.
Il Medioevo porta con sè luci e ombre che si riflettono inevitabilmente anche nel modo di concepire il ruolo della donna . Senza dubbio fu uno dei periodi più duri per il sesso femminile che si trovò vittima di pesanti discriminazioni e pregiudizi. La donna era considerata come l'erede del peccato di Eva. Inoltre il matrimonio sembrava essere l'unico fine al quale ogni donna doveva tendere. Esistono tuttavia, all'interno di questa fase storica, alcune realtà che riescono a dare un ruolo importante alla donna nella società ( se pur con molti limiti e contestualizzazioni ) . Ad esempio facciamo riferimento al ruolo della regina che talvolta coadiuvava il re nelle decisioni,  oppure ancora il rispetto portato alla donna che svolgeva ruoli religiosi . Tutto ciò denota però una chiara subordinazione della figura femminile che non è ancora considerata nella sua individualità e autonomia.
La rivoluzione francese è un'altra tappa importante per le donne che cercano il loro spazio in un periodo pieno d’espressive svolte in termini d’affermazione dei diritti. Infatti nel 1791 fu redatta la "Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina "  da Olympia de Gouges. Queste speranze tuttavia furono deluse, poiché questi principi rimasero lettera morta . Le donne continuarono ad essere escluse dalla vita politica e anche stavolta mancarono il loro appuntamento con un'effettiva emancipazione.
La rivoluzione industriale cambia le presenze nei rapporti di lavoro e introduce la figura della donna lavoratrice , o meglio , la figura dell'operaia. Anche in questo contesto la figura femminile porta con sé il peso di un nodo non sciolto composto da tutte quelle problematiche non ancora risolte in merito alla parità dei sessi. In altre parole, non essendoci ancora una vera tutela generica per la donna, il suo ingresso nella vita di fabbrica la renderà un soggetto ancora più vulnerabile e di conseguenza sfruttabile .
Altra tappa importante ( parlando della situazione delle donne nel nostro Paese ) è sicuramente quella della Resistenza. Nel periodo delle guerre mondiali le donne ebbero la possibilità di prendere in mano le redini della propria vita. Nello specifico , durante la Resistenza, le donne furono realmente protagoniste del movimento che lottò per liberarsi dall'oppressione del fascismo . Molte donne aderirono ai GAP ( gruppi d'azione patriottica) e furono a vario titolo  impegnate per la liberazione d'Italia svolgendo ruoli determinanti .
Grazie alla Costituzione italiana finalmente i duri e lunghissimi anni di lotta femminile furono tradotti in veri e propri diritti riconosciuti legalmente .
Tuttavia, come ben sappiamo, non basta un articolo per parlare di rivoluzioni se queste ultime non avvengono prima di tutto nella mentalità della società e nel conseguente modus operandi. Oggi sicuramente la donna si trova in una posizione migliore rispetto al passato e senza dubbio gode pienamente di diritti che per troppo tempo le sono stati negati . E’ necessario però fare alcune precisazioni.

La prima è che anche oggi questi diritti non possono dirsi universali poichè in alcune parti del mondo la donna continua ad essere oggetto d’ingiustizie e soprusi .

La seconda riguarda l'amara costituzione che i diritti non sono acquisiti per sempre , dunque anche quelli che ci sembrano più scontati vanno sempre tutelati. La donna dei nostri tempi ha purtroppo un ricordo troppo sbiadito delle lotte che l'hanno condotta fin qui , quindi spesso commette l'errore di non dare il giusto peso alla sua stessa dignità e libertà . Mi riferisco soprattutto a quei casi di sfruttamento dell'immagine femminile al fine di ridurla a mero oggetto o ancora a quel maschilismo celato che preclude oggi la possibilità di praticare una reale uguaglianza dei sessi nella società e nel lavoro .

Per quanto concerne le figure femminili nell'ambito filosofico, in molti dichiarano che sono del tutto inesistenti. Ma ciò non rende giustizia alle brillanti personalità che hanno avuto incidenza nello sviluppo della riflessione filosofica. Lo scrittore Antonio Infranca ( Antonio Infranca,  "I filosofi e le donne")  evidenzia alcuni rapporti tra famosi filosofi e le loro allieve. Tra questi rapporti Infranca analizza quello di Heidegger e Hannah Arent . Queste osservazioni servono, secondo lo scrittore , a far emergere quanto l'egoismo e il maschilismo abbiano influito nella filosofia e  fino a che punto sia stata volutamente estromessa la donna . Il paradosso della filosofia risiede proprio qui : la ricerca filosofica tende a dare risposte ad ogni domanda che riguarda la vita dell'uomo, ne contempla i valori più alti eppure non dà il giusto e legittimo spazio alla figura della donna non solo in quanto tale ma anche come "filosofa " sminuendo l'apporto che essa può dare all'evoluzione del pensiero collettivo. Esistono in ogni modo esempi di donne che hanno influenzato molto l'attività filosofica nelle diverse fasi storiche, come sostenevamo prima, tra queste, oltre la già menzionata Arent , ricordiamo Ipazia che si occupò ad Alessandria di scienza portando avanti le sue idee nonostante le persecuzioni religiose. Ancora, Lucrezia Marinella che nel 1600 contestò gli scritti d’Aristotele che riconoscevano nella donna un essere inferiore. E  Caterine Macaulay, che in uno scritto del 1769 rispose  alle critiche di Hobbes e alla sua prospettiva di una società patriarcale. Per concludere, è necessario,  uscendo fuori da qualsiasi discorso di retorica femminista, guardare al nostro passato per capire quanto sacrificio è costato ogni singolo diritto del quale possiamo disporre oggi noi donne  e contemporaneamente proiettarci al futuro ricordandoci che non abbiamo ancora terminato il nostro costruire e mai lo termineremo poiché ogni società ha le sue sfide da affrontare o ri-affrontare.

Reclamare la nostra uguaglianza e il rispetto non deve essere vissuto né come una gentile concessione né come l'accesso ad un privilegio. Non è questione solo morale , non è questione di vendetta nè una dichiarazione di superiorità rispetto all'uomo.

E’ necessario capire che la libertà e la dignità sono beni immateriali che non costituiscono oggetto di negoziazione o di subordinazione, più semplicemente ci appartengono, sono connaturati in noi.
Prima d’essere donne siamo innanzi tutto persone , ecco perchè non esiste alcun motivo che giustifichi una disparità di trattamento tra i sessi.

Syria Magro, classe 3 H

domenica 16 giugno 2013

l' Anima Mundi in James Hillman



Ringrazio Pia per la segnalazione del video che segue e per  il dono graditissimo dell'opera di James Hillman "L'anima del mondo e il pensiero del cuore". Un universo concettuale e spirituale che si offre a scoperte sorprendenti eppure così vere, presenti, radicali- archetipiche per l'appunto- da ricordare sentieri tante volte attraversati e vissuti con intensità assoluta, anche se mai narrata o portata a parola. 


"Voglio proporre una visione che prevale in numerose culture - chiamate primitive e animistiche dagli antropologici culturali occidentali - e per un breve momento tornato in auge anch e nella nostra cultura - attraverso Firenze e Marsilio Ficino. Mi riferisco all'anima del mondo quale è presentata dal platonismo, e cioè, semplicemente, il mondo che è pervaso di anima... Immaginiamo l'anima mundi non al di sopra del mondo, come se lo circondasse quale divina e remota emanazione dello spirito, mondo di potenze, di archetipi e di principi che trascendono le cose e neppure come insita nel mondo materiale, quale suo vivente principio panpsichico. Immaginiamo piuttosto l'anima mundi come quella particolare scintilla di anima, quell'immagine seminale, che si offre attraverso ogni singola cosa nella sua forma visibile... Non vi sto dunque chiedendo di soffermarvi su qualcosa di completamente nuovo e radicale, ma su qualcosa che è sostenuto in modi diversi da Platone, dagli Stoici, da Plotino, e dai mistici ebraici e cristiani, qualcosa che si manifesta magnificamente nella psicologia rinascimentale di Marsilio Ficino e anche di Swedenborg e che trova la sua esaltazione nella mistica mariana, nella devozione sofianica, nella Shekinah. Alcuni dei concetti di questa visione li ritroviamo nei romantici tedeschi e inglesi, e nei trascendentalisti americani, come pure in filosofi panpsichisti di varie tendenze, da Leibnitz, Peirce, Schiller, Whithead, fi no a Hartshorne. L'anima del mondo ritorna anche nella posizione pluralistica di William James attraverso il suo interesse per Fechner, e il suo occuparsi di ciò che è particolare, personale, o della singolarità degli eventi più che di astratte totalità. L' anima mundi ricompare in altre forme, come il "collettivo" in Jung, come il carattere fisiognomico della psicologia gestaltica di Kofka e Kohler, nella fenomenologia di Merleau-Ponty, di Van den Berg, nella poetica della materia e dello spazio di Bachelar d, e perfino in Roland Barthes, e naturalmente, di quando in quando, nei grandi poeti e tra quelli di questo secolo, in particolare in Yeats, in Rilke e in Wallace Stevens....Quando per esempio mi si chiede: "come è stata la corsa in autobus" io rispondo: "penosa, terribile, disastrosa !"… Ma queste parole descrivono me, i miei sentimenti, la mia esperienza, non la corsa dell'autobus, che magari era piena di scossoni e di brusche sterzate, affollata, satura di vapore, malsana, con lunghe fermate. Anche se io ho fatto attenzione all'autobus e al viaggio il mio linguaggio ha trasferito questa attenzione in nozioni che riguardano me. L'Io ha fatto scomparire l'autobus e la mia conoscenza del mondo esterno è diventata un resoconto soggettivo dei mie sentimenti".

James Hillman




 Silvia Ronchey intervista James Hillman

L'impegno di Amnesty International



post di Roberto Testa, classe 3 H

Giorno 11 Maggio, alle 10.15 nell’Aula Galileo del Liceo Leonardo, gli alunni delle classi 3°E, 3°I e 3°H, hanno partecipato all'incontro con alcuni giovani volontari della sezione di Catania di Amnesty International, organizzazione internazionale che si occupa della tutela dei diritti dell’uomo.




La conferenza si è aperta con la proiezione di un breve video realizzato da Roberto e Alessandro di 3°H, che presentava in breve la vita di uno dei più noti leader politici impegnati nella difesa dei diritti umani e contro il razzismo : Nelson Mandela.
La parola quindi è passata ad uno dei volontari Amnesty, che ha cercato di coinvolgere l'uditorio ponendo alcune domande di sensibilizzazione (ad esempio "Sapete di cosa si occupa Amnesty?" "Conoscete il primo dei diritti dell’uomo?") alle quali dava man mano lui stesso delle risposte per far capire ai ragazzi quale era il suo impegno e quale l’impegno dell’intera comunità internazionale di Amnesty, che interviene quando i diritti dell’uomo, in qualsiasi circostanza, vengono violati.
In seguito ha posto la domanda chiave dell’incontro "Secondo voi è giusta la pena di morte?" suscitando il coinvolgimento dei ragazzi : ognuno dava una sua risposta, una sua motivazione, una giustificazione..
Tutte quelle risposte che deponevano a favore della pena di morte sono state demolite da una semplice ma indubitabile osservazione : nessuno può arrogarsi il diritto di togliere la vita ad una persona.
E’ questo uno dei più grandi principi di Amnesty, impegnata a tutela del rispetto assoluto verso la vita e la dignità di ogni singolo essere umano. Il nostro ospite ha infine dato diverse indicazioni su come aiutare Amnesty, e le possibilità sono veramente molte: si può versare un contributo, si può porre una semplice firma in diverse petizioni (sia sul web che su carta) si possono creare gruppi e sezioni nazionali o più semplicemente aderire iscrivendosi, si possono segnalare eventuali casi di violazione dei diritti e tanto altro, ma soprattutto si può e si deve diffondere la voce e il messaggio che questa preziosa associazione vuole inviare a tutto il mondo: rispetto, pace, uguaglianza e tolleranza sono un diritto di tutti, nessuno escluso.








venerdì 14 giugno 2013

Pensiero debole e postmoderno


In cosa consiste la categoria interpretativa del "pensiero debole"?

Secondo questa prospettiva i valori tradizionali sarebbero diventati tali solo a causa di precise condizioni storiche che oggi non sussistono più; per questo motivo deve essere messa in crisi la loro pretesa di verità. A fondamento del pensiero debole c'è l'idea che il pensiero non è in grado di conoscere l'essere e quindi non può neppure individuare valori oggettivi e validi per tutti gli uomini. Il maggiore interprete di questa problematica in Italia è Gianni Vattimo.

Secondo il pensatore torinese, il compito attuale della filosofia non è d'interrogarsi sulla verità, ma di portare alle estreme conseguenze la crisi epocale che si è espressa attraverso il processo di secolarizzazione. Vattimo porta a fondo l'attacco alle filosofie che presuppongono un "fondamento", all'illuminismo, al logocentrismo, al marxismo e insomma al "pensiero forte" e totalitario del moderno; e teorizza l'avvento di un'età nuova, regolata da un "pensiero debole", non dimostrativo e aggressivo, ma volto alla "pietas" nei confronti dei valori storici tramandatici e alla realizzazione di un soggetto non unitario né subordinato all'autocoscienza logica, ma molteplice e poliedrico.(...)Per Vattimo il pensiero è arrivato alla fine della sua avventura metafisica. Ormai non è più proponibile una filosofia che esiga certezze e fondamenti unici per le teorie sull'uomo, su Dio, sulla storia, sui valori. La crisi dei fondamenti ha fatto vacillare ormai l'idea stessa di verità : le evidenze una volta chiare e distinte si sono offuscate. La filosofia nel suo nocciolo più autentico, da Aristotele a Kant, è sapere primo . Con Nietzsche e Heidegger è svanita l'idea della filosofia come sapere fondazionale in quanto:
1) il mondo del sapere si è fatto così complesso che non è pensabile l'esistenza di una scienza che regga tutte le altre in maniera unitaria, fondante;
2) c'è una forte specializzazione delle sfere dell'esistenza ;
3) i mezzi di comunicazione di massa ci mettono continuamente a contatto con altre culture ed è sempre più difficile ridurre tutto ad un' unica matrice;
4) l'evidenza non deve essere considerata come segno della verità , perché essa è prodotta da abitudini, pressioni sociali, convenzioni, trucchi della lingua.
Il filosofo torinese è convinto che la filosofia contemporanea, sulla scia di Nietzsche e del nichilismo, si presenti come pensiero senza fondamenti , come riflessione non più ancorata alle solide basi della metafisica e della certezza cartesiana. Il periodo dei sistemi, delle ideologie forti è tramontato: quella attuale è l'epoca delle strutture deboli . La ragione non è più centrale, è come depotenziata, è entrata in una zona d'ombra ed ha preso, quindi, contorni incerti, quasi come se si fosse eclissata. Il pilastro del pensiero debole è costituito dall'idea che l'uomo legge il mondo entro orizzonti linguistici non fissi ma storici. Alla luce di questi presupposti, si dissolvono:
1) i fondamenti certi;
2) l'idea di una conoscenza totale del mondo;
3) l'idea di una verità certa di cui noi saremmo capaci.
Pensiero debole in poche parole significa che si è consumata la concezione fondazionale della filosofia, si sono dissolti i fondamenti ultimi, i princìpi incontrovertibili, le idee chiare e distinte, i valori assoluti, le evidenze originarie e le leggi ineluttabili della storia. In conclusione con il pensiero debole muta l'immagine della razionalità, la quale deve depotenziarsi, cedere terreno, non aver timore di indietreggiare, non restare paralizzata dalla perdita del riferimento luminoso cartesiano, unico e stabile. In questo modo si inizia con una perdita ed una rinuncia: rinuncia a fondamenti certi e destini ultimi. Ma tale rinuncia è anche l'allontanamento da un obbligo, la rimozione di un ostacolo. In questo modo al passato il pensiero debole si avvicina con la pietas ; al presente ponendo attenzione a quei settori dell'esperienza umana calpestati da uno sguardo totalizzante; al futuro il contenimento del pensiero forte serve a contrastare la violenza e a costruire uno spazio sempre più aperto alla libertà, alla tolleranza, ai rapporti con le altre culture. Il pensiero debole è anche la fine della modernità , di quel periodo che va da Cartesio a Nietzsche e che è dominato dall' idea-forza del progresso umano. Infatti la modernità concepisce la storia come un processo di emancipazione progressiva nella quale l'uomo appare capace di una sempre più perfetta realizzazione della propria natura, di un esercizio sempre più ricco delle proprie facoltà.(...)
Esponente di rilievo dell'ermeneutica contemporanea, fortemente influenzato dal pensiero di Martin Heidegger e di Friedrich Nietzsche, Vattimo ritiene che l' oltrepassamento della metafisica sfoci in un' etica dell'interpretazione . La filosofia diventa pensiero debole in quanto abbandona il suo ruolo fondativo e la verità cessa di essere adeguamento del pensiero alla realtà, ma è giocata come continua interpretazione. Esistono, dunque, diverse ragioni che contrastano le pretese della filosofia fondazionale, ma il motivo di maggior peso è dato proprio dall'ermeneutica, arte e tecnica dell'interpretazione che riguarda il rapporto tra linguaggio ed essere. Esistere significa vivere in relazione ad un mondo e questo rapporto è reso possibile dal fatto che si dispone di un linguaggio. Le cose vengono all'essere solo entro orizzonti linguistici non eterni ma storicamente qualificati. Anche il linguaggio non è una struttura eterna. L'uomo è gettato all'interno di questi orizzonti linguistici, legge ed interpreta l'essere e si rapporta ad essi. Ma, trattandosi di orizzonti temporalizzati, vale a dire non eterni, è chiaro che sparisce ogni pretesa di discorsi o teorie eterne e assolute su Dio, sull'uomo, sul senso della storia o sul destino dell'umanità.
Il grido di Nietzsche "Dio è morto" va inteso da Vattimo nel senso della fine di ogni discorso metafisico che pretende darci verità ultime e definitive. La verità diventa la trasmissione di un patrimonio linguistico e storico, che rende possibile e orienta la comprensione del mondo . La modernità, in breve, vede la storia come progresso guidato da leggi di superamento. Ma se per la modernità la storia è progresso, processo di continuo superamento, allora il pensiero debole è il postmoderno, la fine della storia .



La postmodernità per Lyotard, infatti, è l'epoca di fine millennio ed è caratterizzata dal venir meno delle grandi ideologie (illuminismo, idealismo, marxismo) che costituivano la base della coesione sociale e delle utopie rivoluzionarie ( La condizione postmoderna , 1979). Compito del filosofo, di fronte a una condizione umana profondamente mutata, è quello di individuare criteri di giudizio che abbiano un valore locale, circoscritto, e non pretese globali o totalizzanti.

Ma la fine della modernità apre una fase nuova, una fase di ascolto, di attenzione a ciò che, nella luce forte della ragione e della storia, era non avvertito, o, comunque risultava inintelligibile. E' una fase di apertura e di comunicazione alle "culture altre" , caratterizzata da una visione più tollerante e pacifica della convivenza umana. (Diego Fusaro)

giovedì 6 giugno 2013

La saggezza di Epicuro



dalle Sentenze Vaticane
di Epicuro


Da ogni cosa ci si può mettere al sicuro, ma nei riguardi della morte viviamo tutti in una città senza mura.



Non fare filosofia per scherzo, ma sul serio. Perchè non abbiamo bisogno di apparire sani ma piuttosto di esserlo veramente.


L'amicizia percorre la terra annunciando a tutti noi di svegliarci per comunicarci la gioia l'un l'altro


Uomo meschino è colui il quale trova molte ragioni valide per togliersi la vita


Chi scorda il bene passato, oggi è già vecchio


Se si elimina il vedersi, il parlarsi e lo stare insieme, si dissolve la passione amorosa

martedì 4 giugno 2013

De amicitia



post di Roberto Testa, classe 3 H


"L'amicizia è una virtù o s'accompagna alla virtù; inoltre essa è cosa necessarissima per la vita. Infatti nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni (e infatti sembra che proprio i ricchi e coloro che posseggono cariche e poteri abbiano soprattutto bisogno di amici; infatti quale utilità vi è in questa prosperità, se è tolta la possibilità di beneficare, la quale sorge ed è lodata soprattutto verso gli amici? O come essa potrebbe esser salvaguardata e conservata senza amici? Infatti quanto più essa è grande, tanto più è malsicura). E si ritiene che gli amici siano il solo rifugio nella povertà e nelle altre disgrazie; e ai giovani l'amicizia è d'aiuto per non errare, ai vecchi per assistenza e per la loro insufficienza ad agire a causa della loro debolezza, a quelli che sono nel pieno delle forze per le belle azioni. [...]"

Aristotele, Etica Nicomachea


Dopo aver letto diversi passi dell’Etica Nicomachea di Aristotele dedicati all’amicizia e dopo averne discusso con molto entusiasmo in classe, posso dire di aver tratto diverse conclusioni e considerazioni riguardo questo argomento.
Una prima conclusione è l’aver capito il significato di amicizia: è bisogno costante di aiuto, affetto, comprensione e amore; l’amicizia si può dare o ricevere : possiamo anche essere amici di qualcuno che non è a noi amico, ma che comunque consideriamo amico, anche se la migliore amicizia è quella condivisa, che è un’amicizia provata e vissuta da tutti gli amici, una relazione reciproca; e dato che l’amicizia è amore, è il più bel legame che gli esseri umani possano stringere, a prescindere da qualsiasi caratteristica, posizione sociale, età, sesso, religione, etc..
Quindi l’essere amico è il volere il Bene di una persona : essa, se sarà vera amica, vorrà il Bene per l’altra persona e insieme staranno bene e forse riusciranno a trovare la felicità.
Un’altra conclusione che ho tratto è stata la comprensione della ricerca del Bene : il Bene, per l’uomo è la felicità, e da quanto ci ha insegnato e suggerito Aristotele, la felicità è sviluppare la ragione e essere virtuosi. Due persone che cercano il Bene (e lo vogliono per tutti) si ritrovano nell’interesse comune e possono raggiungerlo più facilmente rispetto a chi cerca il Bene da solo.
Ma un’amicizia vera, per essere definita tale, deve essere alimentata e nutrita proprio come una piccola creatura che nasce, e, per alimentarla c’è bisogno che gli amici si frequentino, si parlino, si vedano, mantengano gli affetti e tra loro si piacciano : quindi è importante per loro essere piacevoli, l’uno per l’altro, e per Aristotele, le persone buone (che cercano il Bene) sono anche piacevoli.
Complessivamente, amicizia ed essere amico è :
- Affetto
- Amore
- Bene
- Bisogno
- Comprensione
- Condivisione
- Fiducia
- Interessi (comuni)
- Necessità
- Piacere
- Utilità
e tanto, tanto altro, ma principalmente questo..
L’amicizia vera andrà avanti e durerà fino a quando tutte queste cose andranno bene e funzioneranno.


"L’amicizia, dunque, è soprattutto quella dei buoni, come s’è detto più volte. Si ritiene comunemente, infatti, che degno di essere amato e scelto è il bene o il piacere, in generale, ma per ciascuno ciò che è buono e piacevole per lui: e l’uomo buono è amato e scelto dall’uomo buono per entrambi questi motivi. L’affezione assomiglia ad una passione, l’amicizia ad una disposizione, giacché l’affezione è rivolta anche agli esseri inanimati, ma ricambiare l’amore implica una scelta, e la scelta dipende da una disposizione del carattere. E gli uomini vogliono il bene delle persone amate proprio per amor loro, non seguendo una passione ma per intima disposizione. Ed amando l’amico amano ciò che è bene per loro stessi, giacché l’uomo buono, divenuto amico, diventa un bene per colui di cui è diventato amico. Ciascuno dei due, dunque, ama ciò che è bene per lui, e ricambia l’altro in ugual misura, col volere il suo bene e col procurargli piacere: si dice, infatti, "amicizia è uguaglianza", e questa c’è soprattutto nell’amicizia tra uomini buoni".

Cosa altro possiamo dire sull'amicizia?