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giovedì 25 aprile 2013

La "cura" dell'anima presso i Greci


 post di Stefania Vitale  e Marco Scandurra
classe III G


I confini dell’anima, per quanto lontano tu vada, non li scoprirai, neanche se percorri tutte le vie: così profondamente si dispiega.
Eraclito, Dell’origine, fr. 108
 


La parola greca psyché contiene in sé diverse accezioni di significato e a seconda del contesto può essere tradotta come anima, vita, spirito e conoscenza. Questi suoi significati originari hanno subito notevoli trasformazioni durante i secoli.

Proviamo a seguire il percorso culturale del concetto di "anima" dall'epoca del mito a Platone

Purificazione, conoscenza, catarsi

LA CURA DELL'ANIMA NELL'ANTICA GRECIA



gli studenti di 3 G con la prof.ssa Pia Vacante


Stefania e Marco durante la presentazione del loro lavoro al Liceo Leonardo

lunedì 22 aprile 2013

Agorà


 post della prof.ssa Pia Vacante




 
Per la terza volta ho visto il film Agorà, diretto dal regista Alejandro Amenabar, con gli alunni di III G e continuo ad apprezzare il taglio prospettico e i diversi piani di lettura che l’opera cinematografica propone.
Molto è stato detto e scritto sulla voragine che il film ha aperto su un periodo oscuro del cristianesimo ad Alessandria, intorno alla fine del IV secolo d. C., il cui culmine venne raggiunto con l’immolazione della filosofa Ipazia al tetro altare dell’integralismo cristiano, omicidio fomentato dal vescovo Cirillo, successivamente proclamato “santo”. Si temeva persino che la chiesa ne avrebbe ostacolato la programmazione nelle sale cinematografiche.
Su Ipazia le fonti sono incerte e nulla ci è pervenuto delle sue opere, ma sappiamo che visse ad Alessandria alla fine del IV secolo d. C. e che era figlia di Teone, matematico e astronomo. Ipazia seguì gli studi del padre ed interpretò in chiave matematico-geometrica gli insegnamenti di Platone e di Plotino, riconducendo il motivo dell’Uno-molti verso la sua patria celeste, il Cielo, quel cosmo ordinato che da sempre era stato indagato in Grecia.
In Alessandria Ipazia godeva di altissima stima, grazie al fatto che insegnava filosofia, carica molto prestigiosa al pari di quella del vescovo, e proprio questa rivalità, avvertita dal vescovo Cirillo come un potere troppo pericoloso per la sua affermazione, sarà causa della sua orrenda morte per mano di un gruppo di fanatici aizzati dallo stesso vescovo.
Mi piacerebbe dare una lettura “greca” di Ipazia, cercando di individuare quali dee del Pantheon dell’Olimpo albergano nella sua personalità, cercandone le tracce nell’opera cinematografica.
Uno degli epiteti di Atena era la “figlia del padre”.
Ipazia sembra avere tutte le caratteristiche di questa dea: di lei può dirsi che fu letteralmente “figlia del padre”, visto che proprio Teone la instradò agli studi matematico- astronomici e l’aiutò ad evolversi intellettualmente, percorso che la condusse alla partecipazione alla vita politica, al punto che ella fece parte dell’assemblea, entro la quale era tenuta in altissima considerazione.
L’archetipo Atena distingue donne che riescono a tenere a freno il mondo sentimentale, per coltivare piuttosto il lato intellettuale, che può diventare il loro cavallo di battaglia e che può condurle a forme di emancipazione dai modelli culturali che propina loro la società di appartenenza.
Mi è piaciuto molto il modo in cui l’attrice interpreta la passione per la conoscenza di Ipazia: la filosofa rappresenta emblematicamente lo spirito greco della ricerca, dell’ardore che porta all’approssimarsi alla Verità attraverso la conoscenza, unica via che conduce a “soggiornare presso gli dei”, come dicevano Eraclito, Pitagora, Platone e Plotino.
L’amore per la conoscenza, vissuto come proiezione nella sacralità del cosmo, richiama l’archetipo di Estia. Anche questo archetipo come quello di Atena, seppur diversamente, indica un tipo di donna che rifugge dai rapporti impegnativi a livello passionale e una introversione che rivela un forte anelito verso la trascendenza, quella trascendenza in cui siamo già sempre …
Da Sinesio, il suo più noto discepolo, si sa che ella svolgeva il suo insegnamento su due livelli: uno pubblico di carattere più scientifico e uno privato di tipo religioso e segreto, aperto solo a pochi discepoli.
Anche l’aspetto della “fratellanza”, evidenziato nel film tra la donna e i suoi discepoli più vicini, riconduce ad un’altra dea vergine, Artemide. La donna Artemide è una sorta di sorella maggiore e così forse la vedevano i suoi discepoli.
Come Artemide lancia la freccia sicura di colpire il bersaglio, con la stessa determinazione Ipazia persegue il suo scopo, la libertà di pensiero a cui il padre l’aveva formata, senza lasciarsi distogliere da nulla, neanche dal pericolo che incombe su di lei, considerata la migliore interprete di Platone e Plotino, depositaria forse ultima di una saggezza brutalmente annientata dalla barbarie dell’integralismo, che di qualsiasi colore religioso sia rimane uno fra i demoni più pericolosi per l’uomo.

mercoledì 17 aprile 2013

Amnesty International



post di Luisa Vecchio
classe 3 B


Le schegge di vetro, le più piccole con la forza tagliente e luccicante di difendersi contro le mani che cercano di frantumarle, possono essere indispensabili per chi vuole liberarsi dalla morsa dell'oppressione”.

Aung San Suu Kyi


Lo scorso sabato 23 Marzo si è tenuto al liceo Leonardo un incontro tra alcune classi e   Anna Maria Belfiore  ed Elisa Mastrosimone, attiviste di Amnesty International, organizzazione non governativa internazionale  impegnata da anni nella difesa dei diritti umani, premo Nobel per la Pace nel 1977.




L’associazione è stata fondata nel 1961 dall’avvocato inglese Peter Benenson, autore del primo appello nella storia di Amnesty International per chiedere  l’amnistia di alcuni studenti portoghesi arrestati per aver brindato alla libertà durante la dittatura di Salazar.

Da quel primo appello  i volontari dell’organizzazione combattono quotidianamente per
‘’prevenire e porre fine a gravi abusi dei diritti all'integrità fisica e mentale, alla libertà di coscienza e di espressione e alla libertà dalla discriminazione". Oggi l’organizzazione conta oltre due milioni di sostenitori, provenienti da più di 150 nazioni.
Il lavoro di Amnesty per i singoli casi (si preferisce seguire casi poco noti)  di vittime di violazioni dei diritti umani consiste nell’inviare appelli alle alte cariche istituzionali ed organizzare eventi pubblici, in modo tale da sensibilizzare l’opinione pubblica sul caso in questione ed esercitare una pressione costante sui governi responsabili. Con queste delicate operazioni mediatiche, Amnesty riesce  ad ottenere  liberazioni di prigionieri politici, commutazioni di condanne a morte, cancellazioni di leggi liberticide.  Tra gli ultimi casi quello  di Amina, una donna nigeriana accusata di adulterio e salvata in extremis, grazie ad Amnesty, dall’orribile morte per lapidazione.

L’incontro a cui abbiamo partecipato ha sicuramente dato a tutti noi molti spunti su cui riflettere.  Ogni giorno arrivano da tutto il mondo orribili notizie: soprusi, violenze, offese ai danni di uomini e donne  cui è stata negata la libertà; uomini e donne la cui realtà sembra lontana geograficamente o culturalmente e che invece ci è più vicina di quanto immaginiamo perchè la violazione dei diritti è sempre una minaccia incombente e sottovalutata.
Nel corso dell'incontro alcuni studenti di 4 G, guidati dalla prof.ssa Vacante,
hanno messo a fuoco le figure e le biografie di Gandhi e di Aung San Suu kyu, grandi e luminosi esempi di lotta per la libertà, la giustizia e l'uguaglianza tra gli uomini.  Sono rimasta molto colpita da tutti gli interventi: penso che i volontari impegnati nel mondo nelle campagne di Amnesty siano esempi di come un singolo individuo, partendo dalla propria semplice vita, possa riuscire a fare grandi cose per l'umanità. Tutti esempi da seguire, ricchi di valori e di progettualità umana per un mondo migliore. Grazie Amnesty!


lunedì 15 aprile 2013

L'amicizia come condivisione




post di Roberto Testa
3 H 

Una delle tante facce dell’amicizia è la condivisione. L’amico è la persona con cui dovremmo condividere tutto, a partire dall’aria che respiriamo fino ad arrivare alla nostra stessa vita, anche se è una cosa difficile da dire e ancor di più da realizzare, come afferma Fred Uhlman ne “L’amico ritrovato”: <<Nella mia classe non c'era nessuno che avrebbe potuto rispondere all'idea romantica che avevo dell’amicizia, nessuno che ammirassi davvero o che fosse in grado di comprendere il mio bisogno di fiducia, di lealtà e di abnegazione, nessuno per cui avrei dato volentieri la vita. Ho esitato un po' prima di scrivere che "avrei dato volentieri la vita per un amico", ma anche ora, a trent'anni di distanza, sono convinto che non si trattasse di un esagerazione e che non solo sarei stato pronto a morire per un amico, ma l'avrei fatto quasi con gioia.>>

L’amicizia è far parte di un’altra persona e sentirsi con essa una cosa sola, una sola anima; per cui la condivisione diventa una delle basi principali di questo rapporto, e, a mio parere, una cosa ancor più bella di questa è il dono, il donare. 

Chi, al giorno d’oggi, donerebbe la sua vita per un amico?
Chi avrebbe il coraggio di morire per lui?
E’ raro vedere o sentire qualcosa di simile, infatti, il mio più grande pensiero di un atto d’amicizia così grande è quello di Gesù sulla croce, che si è sacrificato per tutti e ha sofferto per salvare i suoi amici (intese come persone alle quali si vuole bene, in questo caso l’umanità) dal male e dal peccato. Gli aspetti negati, in un certo senso, della condivisione e della donazione, sono la privazione di ogni bene e il possesso di tutto per un fine proprio ed individualistico. 
Cicerone, riprendendo Archita di Taranto (in “De amicitia”), precisa : “Se un uomo salisse in cielo e contemplasse la natura dell’universo e la bellezza degli astri, la meraviglia di tale visione non gli darebbe la gioia più intensa, come dovrebbe, ma quasi un dispiacere, perché non avrebbe nessuno a cui comunicarle”. Quindi si può avere anche tutto, ma se non lo si condivide con nessuno, che motivo si ha di possederlo? E Verga con la figura di Rosso Malpelo (nell’omonima novella) ci mostra un grande atto di donazione, compiuto dal giovane Malpelo nei confronti del dolorante Ranocchio, aggiungerei anche gesto di assistenza nel momento del bisogno : perché alla fine tutto ciò che è ricchezza materiale sparirà dalla nostra vita dopo la morte e non ci rimarrà nulla, se non il ricordo di essere stati egoisti e taccagni, e di non aver reso i nostri amici felici, se così è stato. 
Condividendo, invece, potremo gioire insieme a loro per aver messo qualcosa in comune o per aver donato qualcosa, tralasciando i motivi di quest’ultimo gesto, e quindi essere contenti e soddisfatti di noi stessi.
E poi, una vita senza amici avrebbe motivo di essere vissuta?
Sarebbe una vita piena di egoismo, superbia e solitudine, che sono a mio parere alcuni dei più grandi mali dell’uomo. 
Chi è il vero amico?
Il vero amico, a questo punto, è colui che condivide con te tutto, dai momenti belli a quelli brutti, che condivide con te la sua anima e la sua vita, colui che ti dona tutto quello che ha, colui che fa di tutto semplicemente per vederti felice e che ha fiducia in te, e che quindi crede nel più grande legame che possa esistere, perché non dobbiamo dimenticare che amicizia in primo luogo è amore. 

venerdì 12 aprile 2013

La conclusione scettica dell'empirismo



"Io ho di me stesso l'immagine di un uomo il quale, dopo aver cozzato in molti scogli, ed evitato a malapena il naufragio passando in una secca, conservi ancora la temerarietà di mettersi per mare con lo stesso battello sconquassato, con l'intatta ambizione di tentare il giro del mondo nonostante queste disastrose circostanze".




domenica 7 aprile 2013

LA LOGICA DI ARISTOTELE






Nella divisione aristotelica delle scienze non figura la logica, o meglio la disciplina che in seguito prenderà questo nome, dal momento che essa non ha come oggetto un aspetto particolare della realtà, ma si occupa di studiare, preliminarmente, la metodologia e gli strumenti utilizzati dalle altre scienze. Organon è, infatti, il termine greco (traducibile con "strumento") che dà il titolo agli scritti aristotelici di logica. 

La logica studia in primis le categorie, poi le proposizioni, che sono affermazioni in cui i termini semplici sono connessi tra loro, infine il sillogismo o ragionamento.

CATEGORIE. La dottrina delle categorie rappresenta la più importante teoria elaborata da Aristotele. Il punto di partenza di tale dottrina va ricercato nella dialettica platonica, che Aristotele ebbe modo di studiare durante gli anni trascorsi nell’Accademia. L’interesse di Aristotele, tuttavia, si rivolge principalmente al piano linguistico implicato dalla dialettica, nel tentativo di rispondere alla seguente domanda: come individuare i rapporti di predicazione corretti da quelli scorretti? Aristotele chiama categoria (traducibile con il termine "predicato") ogni termine detto senza connessione: ad esempio "uomo", "animale", "cane", "nero", "in casa" ecc. Le categorie hanno valore universale (non si riferiscono quindi a un preciso uomo o a una certa casa) e corrispondono sommariamente ai concetti universali di cui parlava Platone; sono al contempo i predicati più universali. Aristotele individua dieci categorie: sostanza, quantità, qualità, relazione, luogo, tempo, stare, avere, agire, patire. Ogni termine "semplice", senza connessione, deve appartenere a una di queste categorie. A ciascuna categoria è associata una precisa domanda: "che cosa?" (sostanza), "quanto?" (quantità), "come?" (qualità) ecc.
Sul piano linguistico o LOGICO infatti, le dieci categorie corrispondono ai dieci tipi di predicazioni che si possono fare, cioè ai vari modi con cui è possibile attribuire un predicato a un soggetto.
Sul piano della realtà o ONTOLOGICO, invece, le categorie individuano quelle differenze originarie e irriducibili proprie del reale.







PROPOSIZIONI. La logica si occupa solamente delle proposizioni assertorie (o asserzioni), cioè le proposizioni passibili di verità o falsità. Le asserzioni differiscono tra loro per qualità, possono essere cioè affermative o negative, e per quantità, possono essere universali o singolari (e quindi estranee alla scienza, dal momento che non esiste scienza degli enti individuali). Esistono quindi quattro tipi di proposizioni, tra cui intercorrono varie relazioni: universale affermativa A ("tutti gli uomini sono mortali"), universale negativa E ("nessun uomo è mortale"); particolare affermativa I ("qualche uomo è greco"); particolare negativa  O ("qualche uomo non è greco").






SILLOGISMO.  
Aristotele è stato il primo a teorizzare il sillogismo, cioè quella forma di argomentazione logica nella quale, a partire da due proposizioni, si trae necessariamente una conclusione. Si tratta di un procedimento deduttivo rigoroso che determina il ragionamento nella scienza e nella dialettica. Il sillogismo è composto da due premesse (una maggiore e una minore) e una conclusione, nelle quali entrano in gioco tre termini: soggetto, predicato e termine medio, il quale compare nelle due premesse ma non nella conclusione e consente di connettere fra loro gli altri due termini. Un esempio tipo di sillogismo potrebbe essere il seguente: "Tutti gli uomini sono mortali" (premessa maggiore), "I greci sono uomini" (premessa minore), "I greci sono mortali" (conclusione). Aristotele enuncia diverse forme di sillogismo in base alla posizione del termine medio nelle premesse. Nel sillogismo vanno inoltre distinte la validità dalla verità del ragionamento. La verità di un sillogismo dipende dalla natura delle sue premesse. Se le premesse sono false, lo sarà anche la sua conclusione.
Del resto, il fatto che il sillogismo sia composto interamente da proposizioni vere non ne garantisce la validità. Solo il carattere universale e necessario delle premesse consente di raggiungere una conclusione universale e necessaria. Aristotele chiama questo tipo di sillogismo scientifico (o deduttivo). Esso si basa su premesse vere e prime, cioè su principi primi assolutamente evidenti, che sono anteriori alle conclusioni e anzi causa di esse. 


Adesso guarda questi prospetti esplicativi:



LE CATEGORIE




Da Darwin a Spencer



 post di Maria Puglisi
classe 5 B






Il darwinismo sociale
Come il termine stesso sembra suggerire, dovremmo attribuire a Darwin il merito (o la colpa) di aver dato origine a questa nuova legge della società. In effetti il naturalista inglese Darwin aveva presentato nel 1859 la prima teoria scientifica sull’evoluzione della specie, secondo la quale tutti gli esseri viventi sono in continua competizione tra loro per il possesso delle risorse naturali. In questa lotta per la sopravvivenza la natura opera una selezione naturale in cui i più deboli saranno destinati a scomparire per via dell’inadeguatezza delle loro caratteristiche ad adattarsi alle condizioni ambientali. Al contrario i più forti, coloro che riescono ad adattarsi più facilmente e velocemente all’ambiente, sopravviveranno e trasmetteranno i loro caratteri ai figli in modo da perpetuare la specie con i tratti vantaggiosi.

Dopo l'elaborazione di Darwin la teoria evoluzionistica circolò come "darwiniana" anche nella sua applicazione alla cultura e alla società, con chiare implicazioni politico-economiche. In realtà egli venne frainteso, in quanto non aveva mai parlato nei suoi studi-esclusivamente di natura biologica- della supremazia di alcune culture o società su altre. Il “darwinismo sociale” traeva piuttosto ispirazione dal pensiero di Spencer, che applicò il principio della selezione naturale indicato da Darwin per spiegare, con non poca audacia ideologica, l’evoluzione della società. Egli riteneva infatti che l’evoluzione della società umana rappresenti il punto più alto dell’evoluzione dell’universo e che la società parta da una condizione originaria di semplicità per raggiungere in seguito una maggiore complessità.  In questo percorso la selezione “naturale” sarebbe stata necessaria, inevitabile, salutare. Qualsiasi progetto di riforme in tale contesto, quindi, non sarebbe stato accettato in quanto considerato una forzatura della legge naturale.

Da queste spregiudicate ipotesi venne coniato il cosiddetto “Darwinismo sociale”, in base al quale le teorie di Darwin venivano applicate anche allo sviluppo sociale e, in particolare, nei rapporti di forza e di potere a livello internazionale. Si giustificava così la pretesa di assumere potere, da parte dei paesi più forti economicamente, su quelli più deboli. Dalla fine dell'Ottocento la concezione assumerà inevitabilmente anche caratteri razzisti ed antisemiti con gli esiti nefasti nella storia che tutti ormai conosciamo.


post di Giulia Rapisarda, classe 5 B


Quando lo scienziato inglese Charles Darwin formulò la sua teoria sull’evoluzione delle specie, secondo la quale gli esseri viventi erano il risultato di un'evoluzione che vede sopravvivere l'organismo più forte sul più debole, di certo non poteva immaginare che questa sarebbe stata applicata ai fenomeni sociali. E' quello che invece è accaduto: una teoria fondata soltanto su dati biologici e scientifici, ben lungi dall' assumere caratteri sociali, si trasformò negli anni successivi in una filosofia fondata sul concetto di “struggle for life and death”, lotta per la vita e la morte all’interno delle comunità umane. Più che “darwinismo sociale”, il movimento dovrebbe essere definito “spencerismo sociale”, poiché esso si basa sui concetti del filosofo inglese Herbert Spencer; egli fu il primo a fraintendere lo scienziato dando vita a un sistema ideologico che giustificò le guerre di conquista e le ineguaglianze sociali considerandole semplice applicazione della selezione naturale alle civiltà umane. Furono giustificati inoltre il colonialismo e il razzismo, in quanto fu considerato legittimo sterminare “razze” considerate più deboli, in modo tale da lasciare il posto agli esseri più adatti a sopravvivere. Il fatto che Darwin parlasse di specie di più forti e altre più deboli presenti in natura, fu di certo frutto di anni e anni di studio, ma con quale discutibile e azzardato criterio furono stabilite le “razze” sociali più forti? E' necessario porre l’accento sulla “innocenza” dello scienziato il quale, spinto dall’amore per la conoscenza e la ricerca, si limitò solo alla sfera scientifica, tralasciando alti contesti che erroneamente gli sono stati attribuiti.

martedì 2 aprile 2013

Razionalismo ed empirismo





Col termine razionalismo si fa riferimento a quelle filosofie (come ad esempio il platonismo e l'hegelismo) che ritengono la realtà governata da un principio intelligibile per il nostro pensiero. In questo significato più esteso il termine si contrappone a irrazionalismo, ossia a quelle filosofie che vedono l'universo dominato dal caso o da altre forze oscure. Ma in senso più ristretto esso indica un particolare metodo di conoscenza che si colloca agli antipodi dell'empirismo, secondo il quale la fonte della conoscenza risiede nell'esperienza sensibile.

La polemica fra razionalismo ed empirismo si sviluppò soprattutto nel corso dei secoli XVI e XVII, cioè nel periodo in cui nacquero e si consolidarono le moderne scienze naturali. Al centro di quel dibattito vi fu appunto il problema del metodo, ossia della ricerca delle procedure giustificative della scienza stessa ("metodo" significa l'inseme di regole capaci di guidare la mente nella acquisizione di conoscenze scientifiche).

I razionalisti partono dalla convinzione che le conoscenze veramente valide sono prodotte dall'attività della mente, la quale non ha bisogno dei dati forniti dall'esperienza sensibile (ossia del vedere, sentire, toccare, ecc.).
Alcuni razionalisti sono anche innatisti, cioè suppongono che l'uomo porta in se stesso fin dalla nascita (quindi prima di ogni esperienza) determinate idee o princìpi conoscitivi. In senso stretto, innatistica è la posizione di Platone, il quale spiega la capacità del pensiero di cogliere la forma universale e concettuale delle cose empiriche mediante l'anamnesi, cioè il ricordare (sotto lo stimolo dell'esperienza) la visione delle pure essenze oidee che l'anima ebbe prima di incarnarsi nel corpo.
Nel pensiero moderno la tematica dell'innatismo è stata abbandonata, ma già nel Seicento i razionalisti, a cominciare da Cartesio, avevano cercato di trovare altrove il fondamento giustificativo del modo di procedere razionalistico. Tuttavia, per un razionalista, questo "altrove" non può che stare nella mente umana. Si tratta in sostanza (pur escludendo l'innatismo) di ammettere che le strutture mentali e le forme in cui esse trovano applicazione nell'attività conoscitiva sono a priori rispetto all'esperienza. Questa è appunto la strada percorsa soprattutto da Leibniz e da Kant, secondo i quali, se è vero che nell'intelletto non c'è nulla prima delle effettive esperienze conoscitive, è anche vero che c'è l'intelletto stesso con le sue forme e le sue strutture, le cui regole non dipendono dall'esperienza.

Certo è comunque che per i razionalisti la conoscenza deve iniziare dalle idee universali della mente e procedere successivamente in modo deduttivo, ossia ricavando da esse tutto ciò che vi è di razionalmente implicito. La via del procedimento deduttivo implica necessariamente il rispetto del principio di coerenza, ossia la mancanza della contraddizione. La deduzione, per dirla con altre parole, si configura come un'inferenza, ossia un passaggio da una conoscenza ad un'altra, che va dal generale al particolare.
La forma più celebre di deduzione è il sillogismo aristotelico, ovvero un procedimento che consta di tre proposizioni: la prima (detta premessa maggiore) è una proposizione universale e affermativa; la seconda (detta premessa minore) è anch'essa affermativa, ma è di tipo particolare; la terza (detta conclusione) è quella che nasce come conseguenza dell'accostamento delle due premesse. Un esempio notissimo è il seguente: "Tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; dunque Socrate è mortale").
Risulta però evidente il carattere tautologico del procedimento sillogistico: infatti, quando si è detto che tutti gli uomini sono mortali, è superfluo aggiungere che anche Socrate lo è. Inoltre occorre notare che, attenendosi scrupolosamente al suo schema, il sillogismo è sempre formalmente esatto, ma è vero soltanto se le sue premesse sono vere. Ad esempio il seguente sillogismo: "Tutti gli uomini sono poeti; Tremonti è un uomo; dunque Tremonti è un poeta" è un sillogismo formalmente esatto, ma decisamente falso.

Come detto, al razionalismo si oppone l'empirismo. La parola empeirìa in greco significa "esperienza": empirismo è perciò un metodo conoscitivo che, a differenza del razionalismo, assegna un ruolo centrale all'esperienza sensibile, nel senso che solo grazie ad essa è possibile procedere alla elaborazione di concetti e alla costruzione del pensiero filosofico e scientifico.
Nel pensiero antico la tesi secondo cui "nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu" (non c'è nulla nell'intelletto che prima non sia stato nei sensi) incontrò molti sostenitori. Lo stesso Aristotele, il cui pensiero si fonda in realtà su un intreccio di razionalismo ed empirismo, ne fu profondamente influenzato (a lui si deve ad esempio la prima analisi sistematica della sensazione), ed ancora più esplicitamente empirista fu la strada seguita dalla filosofia in età ellenistica, quando la scuola epicurea e quella storica si trovarono concordi nell'attribuire alle sensazioni il carattere rivelatore della vera essenza delle cose.
La più radicale contestazione dell'empirismo nel mondo antico venne condotta da Platone (soprattutto nel Teeteto): e ciò è ovvio in quanto, se per gli empiristi la nostra anima è una tabula rasa, per Platone essa è invece già fornita di idee innate.
L'empirismo trovò già agli inizi dell'età moderna, cioè agli albori della scienza propriamente detta, un esponente qualificato in Francesco Bacone. Ma la sua più completa formulazione fu elaborata da John Locke, che nel suo Saggio sull'intelletto umano, contestando l'innatismo, scompose le idee presenti nella mente riconducendole a tre grandi categorie: semplici, complesse e astratte. Le idee semplici sono il frutto evidente delle sensazioni, le basi atomistiche della conoscenza, mentre le idee complesse sono il risultato si una riflessione della mente che, sotto l'accostamento di idee semplici (per esempio un colore, una forma, un peso) cerca di identificare una sostanza (per esempio un tavolo). Tuttavia le idee complesse, secondo Locke, non possono garantirci la formulazione di giudizi certi, ma contengono solo elementi valutabili sul piano della probabilità. Se poi ci si sposta alle idee astratte o generali (quelle che Platone aveva indicato come modelli preesistenti alla mente dell'uomo), in questo caso per Locke siamo davanti a dei puri e semplici nomi, a delle metafore astratte alle quali non corrisponde alcuna realtà oggettiva: esse ci servono, sono utili al nostro pensiero, ma nella loro essenza sono solo dei segni linguistici, necessari alla comunicazione tra gli uomini (alla categoria delle idee astratte appartengono anche le dimostrazioni della matematica).
Sulla via aperta da Locke si posero vari pensatori, tra i quali David Hume, uno dei più importanti esponenti del relativismo filosofico, e più tardi John Stuart Mill, per il quale l'intera conoscenza è di origine empirica ed il metodo su cui essa è fondata è l'induzione. Infatti, secondo Stuart Mill, gli stessi procedimenti deduttivi partono da premesse generali che però altro non possono essere che generalizzazioni più o meno fondate di osservazioni empiriche (ad esempio l'affermazione "tutti gli uomini sono mortali" è solo una generalizzazione dei casi di morte osservati da tutti gli uomini). Le stesse verità logiche e matematiche sono generalizzazioni di alcune esperienze di spazio e di relazione tra oggetti.
La generalizzazione induttiva è a sua volta fondata sull'idea della uniformità della natura e della regolarità dei fenomeni naturali: il passaggio da osservazioni su un numero limitato di casi ad affermazioni sulla totalità dei dati possibili regge solo sull'idea che la natura abbia delle leggi. E qui sta il punto fondamentale:

  • la natura è veramente soggetta a leggi, o siamo noi a pensarlo?
  • E, nel primo caso, come è possibile per l'uomo conoscerle?
  • Nel secondo caso, come può l'uomo formulare ipotesi che non hanno corrispondenza con la realtà?
  • Ma queste domande rimandano ad altre: cos'è la conoscenza, ed è possibile? esiste veramente la realtà?
Il contrasto fra razionalismo ed empirismo è tra quelli che, nella storia della filosofia, per chi studia filosofia, suscita il dubbio se si possa conoscere qualcosa con certezza oppure no. E questo dubbio aumenterebbe se si provasse a immaginare che forse la mente dell'uomo è qualcosa che non è nemmeno ciò che crede di essere; e che la realtà possa essere qualcosa di diverso da ciò che appare ai nostri sensi.
da C. Monaco, Conoscere la filosofia, Thema, Bologna-Torino 1988, pp. 65-75.