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domenica 24 febbraio 2013

un tesoro prezioso, la libertà di scelta





"E' dunque per la libertà che io combatto, per il tempo futuro, per l'enten-eller! E' tale tesoro che io intendo lasciare in eredità a quanti amo al mondo! Sì, qualora il mio figlioletto in quest'istante fosse dell'età da potermi ben comprendere, e la mia ultima ora fosse arrivata, allora gli direi: "Io non ti lascio in eredità un patrimonio, non titoli e dignità nobiliari, ma so dove giace sepolto un tesoro che può farti più ricco del mondo intero,  e questo tesoro t'appartiene e non devi nemmeno ringraziarmi per esso...Questo tesoro è deposto nel tuo proprio intimo, ecco, là  c'è un enten-eller che rende un essere umano più grande degli angeli..."
Ente-Eller, S. Kierkegaard, vol.V



La dialettica e il salto in Kierkegaard
di Maria Puglisi, classe 5 B

Kierkegaard nell’opera “Stadi sul cammino della vita” individua tre sfere d’esistenza: quella estetica, quella etica e quella religiosa.
Egli parte dal presupposto che la sfera etica, è una sfera di transizione dallo stadio estetico a quello religioso. Non conferendo alcun carattere conciliatorio alle diverse sfere, il filosofo danese arriva a definire il pentimento come l'unico in grado di dissolvere la possibilità di dialettica conciliatoria. Esso guida “il salto” ed è “nel pentimento che avviene la scossa del movimento, per cui tutto viene capovolto”.
Grazie al pentimento, l’uomo è in grado di poter scegliere se rimanere in questa sfera o passare a un’altra sfera, quella religiosa.
Questo tesoro è deposto nel tuo proprio intimo, ecco, là c’è un enten-eller che rende un essere umano più grande degli angeli”.
Quello religioso è per il filosofo uno stadio alto della vita, più alto di quello etico che nel caso di Abramo viene visto come una “tentazione” a sfuggire il divino. Egli definisce Abramo un “cavaliere della fede”, in quanto preferisce uccidere il figlio e dar ascolto a Dio piuttosto che seguire le regole etiche.



 di Cristina Attinà

giovedì 21 febbraio 2013

Gli uomini sono tutti uguali?


A questa domanda Platone risponde nel dialogo Repubblica. Nell'intento di presentare i caratteri dello stato ideale, il filosofo ateniese ricorre al ‘mito delle stirpi’ di Esiodo, secondo il quale gli uomini – tutti fratelli – sono originariamente suddivisi in tre stirpi, aurea, argentea e bronzea (414 b-415 b).

Nella proposta politica platonica alle tre stirpi corrispondono le tre classi dei governanti-filosofi, dei guerrieri e dei produttori (contadini e artigiani), necessarie allo Stato. Guerrieri e governanti devono essere mantenuti dagli altri cittadini e per essi vige comunanza di beni e di donne (proprietà privata e istituzione familiare sono riservate alla terza classe). Tale tripartizione dello Stato trova riscontro nei tre elementi o parti distinte dell’anima, concupiscibile, irascibile, razionale (già trattate nel mito della biga alata) cui corrispondono tre tipi di virtù, temperanza, coraggio, saggezza (434 c).

Le differenze tra gli uomini verranno in tal modo considerate non solo innate ma persino necessarie per ottenere uno stato giusto, forte e buono.




Il mito dei Figli della Terra
Il comunismo platonico
Lo stato e i cittadini





Il mito delle stirpi in Esiodo


Prima una stirpe aurea di uomini mortali
fecero gli immortali che hanno le olimpie dimore.              110
Erano ai tempi di Crono, quand'egli regnava nel cielo;
come dèi vivevano, senza affanni nel cuore,
lungi e al riparo da pene e miseria, né per loro arrivava
la triste vecchiaia, ma sempre ugualmente forti di gambe e
[di braccia,
nei conviti gioivano, lontano da tutti i malanni;                  115
morivano come vinti dal sonno, e ogni sorta di beni
c'era per loro; il suo frutto dava la fertile terra
senza lavoro, ricco e abbondante, e loro, contenti,
sereni, si spartivano le loro opere in mezzo a beni infiniti,
ricchi d'armenti, cari agli dèi beati.                                           120
Poi, dopo che la terra coprì questa stirpe,
essi sono démoni, per il volere di Zeus grande,
benigni, sulla terra; custodi degli uomini mortali
della giustizia hanno cura e delle azioni malvagie,
vestiti di nebbia, sparsi dovunque per la terra,                     125
datori di ricchezza: ebbero infatti questo onore regale.
Come seconda una stirpe peggiore assai della prima,
argentea, fecero gli abitatori delle olimpie dimore,
né per l'aspetto all'aurea simile né per la mente,
ché per cent'anni il fanciullo presso la madre sua saggia 130
veniva allevato, giocoso e stolto, dentro la casa;
ma quando cresciuti giungevano al limitare di giovinezza
vivevano ancora per poco, soffrendo dolori
per la stoltezza, perché non potevano da tracotante violenza
l'un contro l'altro astenersi, né gli immortali venerare       135
volevano, né sacrificare ai beati sui sacri altari,
come è legge fra gli uomini secondo il costume. Allora
[costoro
Zeus Cronide li fece morire adirato, perché gli onori
non vollero rendere agli dèi beati che possiedono l'Olimpo.
E poi, quando anche questa stirpe la terra ebbe coperto,    140
costoro inferi beati sono chiamati presso i mortali,
genî inferiori, ma onore anche loro accompagna.
Zeus padre una terza stirpe di gente mortale
fece, di bronzo, in nulla simile a quella d'argento,
nata da frassini, potente e terribile: loro di Ares                   145
avevano care le opere dolorose e la violenza, né pane
mangiavano, ma d'adamante avevano l'intrepido cuore,
tremendi; grande era il loro vigore e braccia invincibili
dalle spalle spuntavano sulle membra possenti;
di bronzo eran le armi e di bronzo le case,                             150
col bronzo lavoravano perché il nero ferro non c'era.
E costoro, dalle loro proprie mani distrutti
partirono per la tenebrosa dimora di gelido Ade,
senza fama; la nera morte per quanto temibili
li prese e lasciarono la splendente luce del sole.                   155

Da Le opere e i giorni di Esiodo


le parole per le cose invisibili che nutrono il pensiero


"Gli ateniesi, a proposito di Socrate, dissero che pensare era sovversivo, che il vento del pensiero era un uragano che travolgeva ogni cartello con cui gli uomini possono orientarsi nel mondo; portava disordine nella città e confondeva i cittadini, soprattutto i giovani. Pur negando che il pensiero potesse corrompere chicchessia, Socrate non fece finta che esso potesse migliorare chicchessia. E pure dichiarando che "nulla di meglio era mai capitato" alla 
pòlis, non fece finta di aver intrapreso la sua carriera di filosofo per diventare un benefattore. Se "una vita che non dia luogo ad esame non merita di essere vissuta", allora il pensiero accompagna sempre la vita quando in gioco ci sono concetti come la giustizia, la felicità, la temperanza, il piacere, quando in gioco cioè ci sono quelle parole per cose invisibili che il linguaggio ci offre per esprimere il senso di quanto accade nella vita e di quanto ci accade quando siamo in vita".


[H. Arendt, Il pensiero e le considerazioni morali, in "Responsabilità e giudizio", trad. it. di D. Tarizzo, Torino, Einaudi, 2004, pp. 148-155]


venerdì 15 febbraio 2013

Il mito di Eros

"Quando nacque Afrodite, gli dèi banchettarono, e fra gli altri c'era Poros, figlio di Metis. Dopo che ebbero pranzato, venne Penia a mendicare, poiché c'era stato un gran banchetto, e se ne stava vicino alla porta. Successe che Poros, ubriaco di nettare, dato che il vino non c'era ancora, entrato nei giardini di Zeus, appesantito com'era, si addormentò. Penia, allora, per la mancanza in cui si trovava di tutto ciò che ha Poros, escogitando di avere un figlio da Poros, giacque con lui e concepì Eros.
Per questo, Eros divenne seguace e ministro di Afrodite, perché fu generato durante le feste natalizie di lei, ad un tempo e per natura amante di bellezza, perché Afrodite è bella.
In quanto Eros è figlio di Penia e di Poros, gli è toccato un destino di questo tipo.
In primo luogo, è povero sempre, ed è tutt'altro che bello e delicato, come credono i più. Invece, è duro e ispido, scalzo e senza casa, si sdraia sempre per terra senza coperta, e dorme all'aperto davanti alle porte o in mezzo alla strada, perché ha la natura della madre, sempre accompagnato con la povertà.
Per ciò che riceve dal padre, invece, egli è insidiatore dei belli e dei buoni, è coraggioso, audace, impetuoso, straordinario cacciatore, intento sempre a tramare intrighi, appassionato di temperanza, pieno di risorse, ricercatore di sapienza per tutta la vita, straordinario incantatore, preparatore di filtri, sofista.
E per sua natura non è né mortale né immortale, ma in uno stesso giorno, talora fiorisce e vive quando riesce nei suoi espedienti, talora invece muore, ma poi torna in vita a causa della natura del padre.
E ciò che si procura gli sfugge rapidamente di mano, sicché Eros non è mai né povero né ricco(...)"
Platone, Il Simposio
Il discorso di Diotima a Socrate su Eros
da Il Banchetto di Platone di Marco Ferreri, 1989


di Gaetano Nicotra, classe 3 L
Cosa vuole dirci Platone con questo mito?
  • Amore è mancanza, insufficienza, desiderio di ciò che non si ha
  • Amore è desiderio del Bene perchè ad esso si associa la bellezza, verso cui Amore si dirige (Kalokagathia)
  • Amore è desiderio di vincere la morte e lasciare esseri simili a noi (istinto di procreazione) per la perenne, seppure paradossale, aspirazione dei mortali  all'immortalità
  • Amore è rivolto prima ai corpi, poi alle anime, alle leggi, alle scienze, infine al Bello in sè: per questo Amore è filosofo perchè, come il filosofo, ha a cuore la conoscenza che appaga, che colma il vuoto interiore, che permette di sollevarsi dalla caducità del panta rei.
  • Amore si volge alle cose belle e perciò sta tra il sapiente e l'ignorante, portando sempre con sè la natura del padre e della madre, proprio come la filosofia, che cerca sempre le risposte che ancora non ha...
  • Amore non è pura contemplazione ma, partendo dall'esperienza quotidiana, è il percorso del divenire virtuosi aspirando al vero e al bello, dunque al Bene (già presente nella metafora del mito della caverna e nel mito della biga alata). L'amore terreno e carnale è reminiscenza di una visione di preesistente bellezza celeste. Ognuno ama l'altro perchè nell'altro vede un'immagine migliore di se stesso, e nel congiungimento con l'altro aspira a possedere questa immagine totale di perfezione. "E' da nulla quell'amante volgare che concupisce più il corpo che l'anima perchè tale uomo non è amante duraturo in quanto cerca qualcosa che non dura(...) Ma colui che ama l'anima, che è la parte più nobile, rimane amatore per la vita, in quanto fuso con una cosa che dura"Platone
  •  Il fine di Amore è dunque trascendente, non si ferma alla fugacità dei corpi e del mondo: da qui l'espressione "amore platonico"
  • Amore non è nè bello nè brutto: "Chi è amato è davvero bello, affascinante, perfetto, degno di ogni felicità; colui che ama ha un altro aspetto, quello che ti ho descritto" Platone

giovedì 14 febbraio 2013

I miti dell'amore in Platone: l'androgino


Nel Simposio di Platone tocca a sei intellettuali dell'epoca occuparsi di un argomento tanto delicato quanto fondamentale nella vita di ogni essere umano: l'Amore.

Come definirlo, come cercarlo, come e perchè desiderarlo?
E poi, come riconoscerlo?

Provano a rispondere Fedro, Pausania, Erissimaco, Aristofane, Agatone ed infine Socrate.
Ciascuno presenta Amore con i suoi pregi ed i suoi difetti, natura divina per alcuni, per altri insieme nobile e carnale,  forza dominatrice della natura, desiderio di completarsi o di raggiungere l'immortalità
infine per i due miti più suggestivi presenti nell'opera: quello dell'androgino e quello di Eros.

Tocca ad Aristofane presentare Amore con il mito dell'androgino.
Vi era infatti un tempo in cui esistevano tre generi: Maschio, Femmina e anche Androgino, che aveva entrambi i connotati. Avevano una forma rotonda, perfetta, quattro gambe e quattro braccia e due teste. 
Il maschio discendeva dal Sole, la femmina dalla Terra e l’androgino dalla Luna, che partecipa sia all’Idea del Sole che della Terra. L’androgino era felice, poiché completo.
Ma Zeus e gli Dei erano gelosi della loro felicità, e si riunirono a consiglio: non potendo annientarli come avevano fatto con i giganti, né lasciarli vivere a quel modo, tracotanti e ribelli,  Zeus decise di spaccarli in due. Avrebbero camminato eretti e indeboliti, solo su due gambe.

Ognuno di noi è pertanto metà di quell'unità che fu brutalmente separata, e trascorre la vita cercando la metà mancante.......



"(...)E così evidentemente sin da quei tempi lontani in noi uomini è innato il desiderio d'amore gli uni per gli altri, per riformare l'unità della nostra antica natura, facendo di due esseri uno solo: così potrà guarire la natura dell'uomo. Dunque ciascuno di noi è una frazione dell'essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un'altra che le è complementare, perché quell'unico essere è stato tagliato in due, come le sogliole. E' per questo che ciascuno è alla ricerca continua della sua parte complementare. Stando così le cose, tutti quei maschi che derivano da quel composto dei sessi che abbiamo chiamato ermafrodito si innamorano delle donne, e tra loro ci sono la maggior parte degli adulteri; nello stesso modo, le donne che si innamorano dei maschi e le adultere provengono da questa specie; ma le donne che derivano dall'essere completo di sesso femminile, ebbene queste non si interessano affatto dei maschi: la loro inclinazione le porta piuttosto verso le altre donne ed è da questa specie che derivano le lesbiche. I maschi, infine, che provengono da un uomo di sesso soltanto maschile cercano i maschi. Sin da giovani, poiché sono una frazione del maschio primitivo, si innamorano degli uomini e prendono piacere a stare con loro, tra le loro braccia. Si tratta dei migliori tra i bambini e i ragazzi, perché per natura sono più virili. Alcuni dicono, certo, che sono degli spudorati, ma è falso. Non si tratta infatti per niente di mancanza di pudore: no, è i loro ardore, la loro virilità, il loro valore che li spinge a cercare i loro simili. […]
Queste persone - ma lo stesso, per la verità, possiamo dire di chiunque - quando incontrano l'altra metà di se stesse da cui sono state separate, allora sono prese da una straordinaria emozione, colpite dal sentimento di amicizia che provano, dall'affinità con l'altra persona, se ne innamorano e non sanno più vivere senza di lei - per così dire - nemmeno un istante(...)"

Platone, Il Simposio




Cosa vuole dirci Platone con questo mito?
Come rappresenteresti tu l'Amore?

Proviamo a rispondere.....

mercoledì 13 febbraio 2013

Schopenhauer e Leopardi

"Che cosa è la vita? Il viaggio di uno zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul dosso per montagne ertissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all'ardore del sole, cammina senza mai riposarsi dì e notte uno spazio di molte giornate per arrivare a un cotal precipizio o un fosso, e quivi inevitabilmente cadere".
(Giacomo Leopardi)
"L'esistenza umana ha certo come suo ultimo scopo il dolore: ove così non fosse, dovremmo dire che le manca la ragione d'essere al mondo. Ed invero, come ammettere che l'infinito dolore scaturente dalla miseria, di cui è intessuta la trama d'ogni vita quaggiù, non sia se non una mera accidentalità, e non piuttosto ne costituisca la finalità? Ogni singolo malanno, preso in sé, si presenta innegabilmente come fatto d'eccezione, ma in linea generale è regola la sventura".
(Arthur Schopenhauer)



Nel dicembre 1858 il critico Francesco De Sanctis pubblica su Rivista Contemporanea di Torino il suo "Dialogo (Schopenhauer e Leopardi)".  Il pessimismo dei due pensatori, la loro concezione del mondo, la condizione dell'esistenza umana disvelata come perennemente legata al dolore e alla sofferenza, vengono per la prima volta messi a confronto. Da quel breve testo, nato quando ancora l'ottimismo ottocentesco godeva di buona e forte salute, avranno inzio  innumerevoli tentativi di accostamento destinati, specie nel più debole e malfermo secolo successivo, a delineare i caratteri di un pessimismo metafisico tra i più radicali della storia del pensiero umano.



a cura di Rossella Vecchio

venerdì 8 febbraio 2013

Il dolore nell'esistenza



LA FILOSOFIA DI SCHOPENHAUER





Dolore, noia, nirvana nella filosofia di Schopenhauer

"La vita è un mare seminato di scogli e di gorghi, che l’uomo riesce, con cura e con prudenza estreme, ad evitare; sapendo però che se anche gli vien fatto, con la sua forza e con la sua destrezza, di cavarsela, non
fa che avvicinarsi man mano al grande, al totale, all’inevitabile, all’irreparabile naufragio; sapendo che il suo è un veleggiare verso il naufragio, verso la morte; ultimo termine del penoso viaggio, meta spaventosa più degli scogli evitati"
Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione










INTRODUZIONE AL BUDDISMO
prof.ssa Pia Vacante

giovedì 7 febbraio 2013

I limiti della ragione




L’ultimo progresso della ragione è di riconoscere che c’è una infinità di cose che la sorpassano; essa non è che debole cosa, se non giunge fino a conoscere questo. Ma, se le cose naturali la sorpassano, che dire di quelle soprannaturali?”

Blaise Pascal



TRA FEDE E RAGIONE


"L'uomo contempli dunque tutta la natura nella sua sublime e piena maestà (...). Tornato alla considerazione di sé, l'uomo esamini ciò che egli è rispetto a ciò che esiste; si consideri come sperduto in questo remoto angolo della natura, e da queste piccole celle dove si trova rinchiuso, voglio dire l'universo, impari a stimare la terra, i regni, le città e se stesso nel loro giusto valore. Che cos'è un uomo nell'infinito?
Che cos’è l’uomo nella natura? Un nulla rispetto all’infinito, un tutto rispetto al nulla, un punto nel mezzo fra il niente e il tutto".
Pensiero 72


"L'uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c'è bisogno che tutto l'universo s'armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d'acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l'universo lo schiacciasse, l'uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell'universo su di lui; l'universo invece non ne sa niente. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. E' con questo che dobbiamo nobilitarci e non già con lo spazio e il tempo che potremmo riempire. Studiamoci dunque di pensare bene: questo è il principio della morale".                                  Pensiero 347



la metafora della linea in Platone



Nel brano che segue, tratto dal libro VI della Repubblica di Platone, Socrate rappresenta l’articolazione delle forme di conoscenza mediante la metafora di una linea divisa in segmenti ineguali da due successive operazioni: con la prima si separa la conoscenza sensibile da quella intelligibile, con la seconda si individuano, in ciascuna dimensione conoscitiva, due gradini o modalità di conoscenza. A distinguere i tipi di conoscenza sta il tipo di realtà che ne costituisce l’oggetto.

La conoscenza sensibile, avendo come oggetto le cose che si vedono e dipendendo da ciò che appare, risulta necessariamente confusa e poco chiara; ne sono gradi l’
eikasìa,che consiste nella «immaginazione», e la pìstis, «credenza», che deriva dal contatto sensibile con gli oggetti e che si costituisce nel corso dell’esperienza.

La conoscenza intelligibile ha come oggetto le idee come modelli logici della realtà; anche qui troviamo due momenti: il primo caso è quello della diànoia, «pensiero discorsivo» che tratta le cose come immagini di idee, ragionamenti; si tratta di un procedimento tipico della matematica e della geometria, che, usando come strumenti figure sensibili, ragionano su figure e numeri in sé, derivando da ipotesi date conclusioni certe. Il secondo caso è quello della nòesis, «pensiero puro» che risale dialetticamente, attraverso le idee, a una fondazione del sistema conoscitivo sempre più completa, fino a coglierne il principio supremo (l’idea del buono) e a ricavare, a partire da lì, ogni conseguenza.


in Zanichelli Scuola

martedì 5 febbraio 2013

La ragione cartesiana




 "Voglio credere che la ragione, ovvero il [buon] senso, essendo la sola cosa per cui siamo uomini e ci distinguiamo dalle bestie, sia tutta intera in ognuno"

« Se questo discorso sembra troppo lungo per essere letto tutto in una volta, lo si potrà dividere in sei parti. E si troveranno, nella prima, diverse considerazioni sulle scienze. Nella seconda, le principali regole del metodo che l’autore ha cercato. Nella terza, qualche regola della morale ch’egli ha tratto da questo metodo. Nella quarta, gli argomenti con i quali prova l’esistenza di Dio e dell’anima dell’uomo, che sono i fondamenti della sua metafisica. Nella quinta, la serie delle questioni di fisica che ha esaminato, in particolare la spiegazione del movimento del cuore e di qualche altra difficoltà della medicina e, ancora, la differenza tra l’anima nostra e quella dei bruti. Nell’ultima, le cose ch’egli crede siano richieste per andare avanti nello studio della natura più di quanto si è fatto, e i motivi che lo hanno indotto a scrivere"

CARTESIO, presentazione del "Discorso sul metodo", 1637










Percorsi di analisi:

  • Nel breve video tratto dal film "Cartesius" di Roberto Rossellini (1973), Cartesio appare critico nei confronti degli "antichi", specie in merito al compito affidato alla ragione e alla filosofia. Argomenta la sua critica e la conseguente proposta relativa alla filosofia "moderna".
  • Nel proporre le varie fasi del metodo da lui individuato, Cartesio fa evidenti riferimenti ad un sapere non immediatamente filosofico, quale?


  • Enuclea le regole individuate da Cartesio per raggiungere una conoscenza vera e certa.
  • Dal confronto tra le due figure di Galileo e Cartesio, proposte dai registi Liliana Cavani e Roberto Rossellini, prova ad individuare le differenze nella valutazione gnoseologica dell'esperienza sensibile e dell'osservazione da parte dei due filosofi. 




Quando Cartesio disse:



dal sito Galileo al Liceo Leonardo

sabato 2 febbraio 2013

Il mito della caverna



Il mito della caverna:

conoscenza e libertà







Platone, Repubblica, libro VII


"Si immaginino degli uomini chiusi fin da bambini in una grande dimora sotterranea, incatenati in modo tale da permettere loro di guardare solo davanti a sé. Dietro di loro brilla, alta e lontana, la luce di un fuoco, e tra il fuoco e i prigionieri corre una strada con un muretto. Su questa strada delle persone trasportano utensili, statue e ogni altro genere di oggetti; alcuni dei trasportatori parlano, altri no. Chi sta nella caverna, non avendo nessun termine di confronto e non potendo voltarsi, crederà che le ombre degli oggetti proiettate sulla parete di fondo siano la realtà (ta onta); e che gli echi delle voci dei trasportatori siano le voci delle ombre. [514a ss]
Per un prigioniero, lo scioglimento e la guarigione dai vincoli e dalla aphronesis (mancanza di discernimento) sarebbe una esperienza dolorosa e ottenebrante. Il suo sguardo, abituato alle ombre, rimarrebbe abbagliato: se gli si chiedesse - con la tipica domanda socratica - di dire che cosa sono gli oggetti trasportati, non saprebbe rispondere, e continuerebbe a ritenere più chiare e più vere le loro ombre proiettate sulla parete. Per lui sarebbe difficile capire che sta guardando cose che godono di una realtà o verità maggiore (mallon onta) rispetto alle loro proiezioni.
Il dolore aumenterebbe se fosse costretto a guardare direttamente la luce del fuoco. E se fosse trascinato fuori dalla grotta, per l'aspra e ripida salita, e dovesse affrontare la luce del sole, la sua sofferenza e riluttanza si accrescerebbe ancora. Il suo processo di acclimatazione al mondo esterno dovrebbe essere graduale: prima dovrebbe imparare a discernere le ombre, le immagini delle cose riflesse nell'acqua, e poi direttamente gli oggetti. Il cielo e i corpi celesti dovrebbe cominciare a guardarli di notte, e solo in seguito anche di giorno.
Una volta ambientatosi, potrebbe cominciare a ragionare sul mondo esterno, sulla sua struttura, e sul luogo che ha in esso il sole. Solo allora il prigioniero liberato, ricordandosi dei suoi compagni di prigionia e della loro conoscenza, potrebbe ritenersi felice per il cambiamento. Ma se ritornassero nella caverna, i suoi occhi, abituati alla luce, sarebbero quasi ciechi. I compagni lo deriderebbero, direbbero che si è rovinato la vista, e penserebbero che non vale la pena di uscire dalla caverna. E se qualcuno cercasse di scioglierli e di farli salire in superficie, arriverebbero ad ammazzarlo.
Uccidere chi viene dall'esterno è facile, perché, essendo quest'uomo abituato alla gran luce dell'esterno, sarebbe costretto a contendere nei tribunali o altrove sulle ombre del giusto, con persone che la dikaiosyne (la giustizia come virtù personale) non l'hanno veduta mai. [515c ss]"



Una lettura del mito





prof. Giovanni Giorgini
Università di Bologna

La conoscenza nel mito della caverna


I CINQUE SIGNIFICATI DEL MITO DELLA CAVERNA
Innanzitutto, quello ONTOLOGICO. Il mito della caverna simboleggia i generi dell’essere sensibile e soprasensibile con le suddistinzioni:
le ombre della caverna sono le mere parvenze sensibili delle cose, le statue le cose sensibili; il muro è lo spartiacque che divide le cose sensibili e le soprasensibili; al di là del muro le cose simboleggiano il vero essere e le Idee, e il Sole simboleggia l’Idea del Bene.

In secondo luogo, quello GNOSEOLOGICO. Il mito simboleggia i gradi di conoscenza nelle due specie e nei due gradi di queste: la visione delle ombre simboleggia l’immaginazione, e la visione delle statue simboleggia la credenza; il passaggio dalla visione delle statue alla visione degli oggetti veri e la visione del sole, prima mediata (dianoia) e poi immediata (noesis), rappresenta la dialettica nei vari gradi (procedimento discorsivo) e la pura intellezione ( conoscenza pura delle idee)


In terzo luogo simboleggia l’aspetto mistico e  TEOLOGICO del platonismo: la vita nella dimensione dei sensi e del sensibile è vita nella caverna, così come la vita nella dimensione dello spirito  è vita nella pura luce; il volgersi dal sensibile all’intellegibile è espressamente rappresentato come conversione; e la visione suprema del sole e della luce in se è visione del Bene e contemplazione del Divino.

Nella concezione squisitamente platonica si esprime, in quarto luogo, la concezione POLITICA. Platone parla infatti anche di ritorno nella caverna di colui che si era liberato dalle catene, di un ritorno che ha come scopo la liberazione dalle catene di coloro in compagnia dei quali, egli prima era schiavo. Questo ritorno è indubbiamente il ritorno del filosofo – politico, il quale se seguisse il suo solo desiderio, resterebbe a contemplare il vero, e invece superando il suo desiderio, scende per cercare di salvare anche gli altri ( il vero politico, secondo Platone, non ama il comando ed il potere, ma usa comando e potere come servizio per attuare il bene).
Ma l’uomo che ha “visto” il vero Bene, dovrà e saprà correre il rischio di non essere creduto e di non potersi più riadattare e riabituare al buio, quando ritornerà nella caverna. da qui
Egli potrebbe anche essere considerato pazzo e malato, deriso dai suoi compagni che non accettano le sue parole, e infine ucciso: Platone vuole ricordare la sorte toccata a Socrate.

Non va trascurata una quinta interpretazione del mito, quella PEDAGOGICA e didattica, volta a suggerire la gerarchia fra le discipline del sapere accessibili all'uomo attraverso l'educazione. In basso tra certamente l'arte, riproduzione di un mondo sensibile ingannevole e apparente, copia della copia dunque. Unica eccezione è riservata alla Musica,  secondo una interpretazione pitagorica: alla musica prodotta dall'uomo, e dunque mutevole ed imperfetta, Platone affianca la musica che diventa oggetto della ragione e non dei sensi, forma altissima di sapienza e vicina alla filosofia.  Nella piramide del sapere, all'arte segue la conoscenza fisica della realtà, parziale rivelazione dell'essere vero; primo gradino della conoscenza veritativa è la matematica, che rispecchia purezza e perfezione della vera realt; infine la filosofia, sapere dialettico volto al bene, al bello, al vero.
 



la LINEA della conoscenza secondo Platone