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venerdì 16 febbraio 2018

razze immaginarie




Dal Positivismo al moderno razzismo

post di Flavia Sicali, 5 A

Nel corso dell’ Ottocento una nuova corrente filosofica, il Positivismo, si sviluppò in tutta Europa incoraggiando una “fede nella scienza”  destinata  ad esiti anche drammatici, sia nel secolo immediatamente successivo, che in quello che stiamo vivendo.
Charles Darwin aveva elaborato la teoria dell’evoluzione della specie, riferita solo al mondo naturale e alle specie viventi. Molti  positivisti però, ritennero possibile estendere, in modo del tutto arbitrario ed improprio, quelle conclusioni esclusivamente biologiche alla società e alla storia, formulando il “darwinismo sociale”, ideologia fondata sulla  certezza  che la “legge del più forte” fosse applicabile anche alle civiltà e alle popolazioni, sia nella storia che nel pianeta. Si arrivò così ad una  classificazione dei gruppi umani in razze, al fine di convincere le persone dell’esistenza di una superiorità/inferiorità razziale e giustificare  un nazionalismo estremo.
In questo quadro giustificazionista va inclusa la Germania di Hitler, che nel 1935 proclamò la superiorità della razza ariana con l’approvazione delle  leggi razziali e determinò, durante la seconda Guerra mondiale, l’olocausto di sei milioni di ebrei.


Il Corriere della Sera dell’ 8 febbraio 2018, riporta un articolo riguardante una scoperta che ha sorpreso scienziati  e persone comuni: il Museo di Storia naturale e l' University College di Londra, analizzando il DNA di un uomo di Cheddar di diecimila anni fa, antenato dei britannici, hanno scoperto che quell’uomo aveva la pelle scura e gli occhi chiari. I risultati hanno sconvolto i britannici, che si sono visti mancare la certezza  di essere bianchi e chiari da sempre. Lo stereotipo dell’uomo britannico chiaro e bianco è dunque errato. Più verosimile l’ipotesi che  il passaggio dalla caccia all’agricoltura, quindi la diversa alimentazione, avrebbe reso necessaria una nuove fonte di vitamina D, favorendo una pelle più chiara. Luigi Ippolito, giornalista autore dell’articolo, scrive appunto “ Ciò dimostra che quelle categorie razziali immaginarie che abbiamo oggi sono in realtà costruzioni recenti, che non si applicano al passato”. E’ dunque impossibile stabilire dei criteri certi per un ipotetico elenco di razze, poiché queste sarebbero unicamente frutto delle condizioni climatiche, dell’alimentazione e delle necessità che un dato luogo comporta.

il fossile di Cheddar man

Inoltre, guardandoci intorno, notiamo chiaramente che anche tra uomini nati e cresciuti nello stesso luogo le differenze sono tantissime: questo perché nel corso del tempo ciascuno si è accoppiato con persone dal diverso colore di pelle o con differente statura. Quindi ogni uomo dovrebbe essere un mix di “razze”, e ciò rende irrealizzabile e  impensabile un elenco di razze in base al luogo di provenienza e a tratti fisici comuni. E’ noto inoltre che nel corso della storia l’uomo si è continuamente spostato alla ricerca di un luogo migliore dove vivere; le sue caratteristiche fisiche si sono, perciò,  adattate per essere funzionali all’ambiente circostante. E’ dunque possibile dividere l’ umanità in razze,  partendo da caratteristiche fisiche comuni ad alcuni popoli?    

E’ evidente che le differenze tra uomini ci sono, e devono esserci, ma questo non deve portare a una discriminazione razziale e a un ritorno alle atrocità del passato. 
Dobbiamo piuttosto guardarci da quelle persone che cercano di convincerci dell’inferiorità di coloro che sbarcano sulle nostre coste in cerca di aiuto perché fuggono dalla guerra: ci vogliono razzisti, ma le razze non esistono, esistono solo le differenze.  
E sono una ricchezza per la conservazione dell’umanità. 

martedì 13 febbraio 2018

Impressionismo e Positivismo

L'impressionismo è una corrente artistica che cerca di realizzare a livello artistico quello sguardo oggettivo sulla realtà corrispondente in campo filosofico al Positivismo, in campo letterario al Naturalismo (Cézanne è amico di Zola sin dalla giovinezza) e in campo scientifico all'evoluzionismo.
Il termine impressionismo verrà usato per sottolineare che noi percepiamo la realtà attraverso "impressioni" di forme, di luci, di colori, impressioni diverse dall’uno all’altro osservatore. Il punto di partenza degli impressionisti è la resa della realtà, non di una parte più significativa di altre. Questa resa della realtà ha talvolta qualificato gli impressionisti come "realisti". Un critico, fin dal 1863, preferì chiamarli "naturalisti" e il termine venne ripreso da Zola. Le due parole, "realismo" e "naturalismo", spesso si identificano. 
Tuttavia nel naturalismo è possibile cogliere una sfumatura che lo distingue dal realismo come polemica sociale, ossia il fatto che il naturalismo esprime la vita in tutte le forme, quelle della natura e quelle create dall’uomo, integrandole insieme a un tutto unitario, senza sottintesi sociali. 
Allo stesso modo i naturalisti rendono la realtà così come la vedono e non si limitano a rappresentarla naturalmente ma la comprendono tutta, anche quella umana e cittadina. Poiché noi viviamo in mezzo alla realtà e stabiliamo con essa un contatto quotidiano, ogni suo aspetto, anche quello più banale, fa parte di noi stessi ed è quindi passibile di essere dipinto. 
Da qui trae origine l’indifferenza al tema; qualunque soggetto sia trattato, esso vive solo per la vita che gli dà l’artista. Scrive Zola che l’artista "esiste di per sé e non per i soggetti che sceglie; […] non è l’albero, il volto, la scena rappresentati che mi commuovono, è l’uomo che trovo nell’opera"
La modernità degli impressionisti è nel modo diverso di affrontare il problema del rapporto con la realtà. Essi capiscono che noi non percepiamo la realtà per frammenti isolati, definiti, immobilizzati, ma la sentiamo nella sua totalità e continuità. Nella riproduzione pittorica dunque nulla può essere definito, e numerato come in un elenco, ma la realtà dovrà essere resa nella sua globalità come noi la percepiamo
Le invenzioni della fotografia e dei trattati di ottica costringono a rivedere le tecniche che la pittura adotta per riprodurre la realtà. L'abolizione dei bianchi, dei neri, dei contorni, la consapevolezza che tutto diventa oggetto del dipingere, la scelta di dipingere "en plein air" trovano una sintonia in Cézanne, ma le scelte tecniche rispetto a Monet, che è il più rappresentativo dei pittori impressionisti, sono diverse. Per osservare un quadro di Monet bisogna stare ad una certa distanza, mentre guardare un quadro di Cézanne da vicino certe volte è necessario. 

video




le diverse rappresentazioni delle ninfee da parte di Monet, in diverse ore del giorno, per seguire la luce che si riflette nella natura

Secondo i pittori impressionisti la realtà muta continuamente di aspetto. La luce varia ad ogni istante, le cose si muovono spostandosi nello spazio: la visione di un momento è già diversa nel momento successivo. Tutto scorre. Nella pittura impressionista le immagini trasmettono sempre una sensazione di mobilità.
L’attimo fuggente della pittura impressionista ha analogie evidenti con la fotografia. Anche la fotografia, infatti, coglie una immagine della realtà in una frazione di secondo. E dalla fotografia gli impressionisti non solo prendono la velocità della sensazione, ma anche i particolari tagli di inquadratura che danno alle loro immagini particolare sapore di modernità.
La tecnica impressionista nasce dalla scelta di rappresentare solo e soltanto la realtà sensibile. Evita qualsiasi riferimento alla costruzione ideale della realtà, per occuparsi solo dei fenomeni ottici della visione. 

E per far ciò cerca di riprodurre la sensazione ottica con la maggior fedeltà possibile.



secondo incontro del Caffè filosofico


secondo incontro del Caffè filosofico 


Alchimia e psicologia del profondo

post della prof.ssa Pia Vacante 


L'alchimia, lungi dall'essere la "vecchia chimica", come molto spesso viene inadeguatamente definita, illustra le varie tappe di un percorso archetipico che si compie all'interno dell'anima umana ed ha a che fare con quello che C. G. Jung, padre, insieme a S. Freud, della moderna psicologia, definiva processo di "individuazione". Riscoperta e reinterpretata da C. G, Jung e da J. Hillman nella loro Psicologia del profondo, questa antichissima disciplina altro non è che  uno strumento insostituibile nell'indagine dell'anima e dei processi che in essa si svolgono in vista  dello spostamento dall'io al Sè e quindi della propria autorealizzazione.
Che Jung considerasse l'immaginario alchemico una risorsa per la pratica psicoanalitica è testimoniata da opere quali Psicologia e alchimia e Mysterium coniunctionis.
"Se l'individuazione della nostra anima richiede il riconoscimento dell'individualità dell'anima presente nelle cose (il concetto platonico di  Anima mundi), è legittimo affiancare alla psicologia il mondo dell'alchimia, giacchè non vi è così grande differenza tra chi tentava di trasmutare metalli vili in oro e chi trasmuta anime sofferenti in anime rasserenate, <indorate> di pace, verso l'armonia di psiche e cosmo, di giudizio critico e fantasia estetica". J. Hillman, da Psicologia alchemica.


L'incontro si svolgerà a scuola in aula Galilei il 22 febbraio dalle ore 15.30 alle ore 18.30

La partecipazione al seminario è gratuita ed è rivolta a tutti gli studenti del liceo Leonardo

venerdì 9 febbraio 2018

l'uomo e la macchina: quale libertà?



In un lontano giorno del 1778 il filosofo illuminista tedesco Gotthold Ephraim Lessing dichiarava: “Se Dio tenesse nella sua destra tutta la verità e nella sinistra il solo eterno impulso verso la verità, e mi dicesse: scegli! io mi precipiterei umilmente alla sua sinistra e direi: concedimi questa, Padre! La verità pura è soltanto per te!”. 
Oggi, quando siamo più o meno tutti inconsciamente portati a sostituire l’onnipotenza di Dio con l’onnipotenza della tecnologia (Emanuele Severino: “Dio è il primo tecnico, la tecnica è l’ultimo dio”), io riformulerei le parole di Lessing così: Se la Macchina tenesse nella sua destra tutta l’efficienza e nella sinistra il solo eterno impulso verso il lavoro e mi dicesse: scegli!, io sceglierei la sinistra dicendo: concedimi questa, Signora!, l’efficienza pura è solo per te!
La mia tesi è molto semplice, afferma che l’essenza dell’uomo è la libertà, e che quanto più si promuove la libertà, tanto più l’essere umano fiorisce; quanto meno, meno. 
L’identificazione dell’essenza umana nella libertà vale soprattutto per l’uomo occidentale, quello nato nell’antica Grecia e che queste parole di Eschilo definiscono al meglio. La regina dei persiani, Atossa, attende impaziente il ritorno dell’esercito dalla campagna di Grecia e siccome l’esercito tarda, inizia a interrogare il dignitario di corte su chi siano questi greci, se siano ricchi, forti, tecnicamente dotati nel tiro dell’arco e poi pone la domanda centrale: “Chi è il loro padrone?”. 
Ecco la risposta che Eschilo, che combatté sia a Maratona sia a Salamina, le dà tramite il dignitario di corte: “Si vantano di non essere schiavi di nessun uomo, sudditi di nessuno”. Era il 472 a.C. e nasceva in Occidente il concetto di libertà …
Lungo la nostra storia la libertà ha avuto i suoi nemici e i suoi difensori, li ha avuti indifferentemente in tutti gli schieramenti: a destra e a sinistra, tra i credenti e non credenti, ma non ci sono dubbi, a mio avviso, che ha costituito il faro più luminoso del cammino della nostra società.




Ma come definire la libertà? 
Per libertà intendo l’insieme di tre disposizioni: consapevolezza, creatività, responsabilità. La consapevolezza dice conoscenza, la creatività dice azione, la responsabilità dice esercizio di tale conoscenza e di tale azione in armonia con gli altri e con l’ambiente. 
Se quindi la pienezza della vita umana si dà come vita libera in quanto consapevole, creativa e responsabile, ne viene che l’intelligenza artificiale di cui dotiamo le macchine che andiamo costruendo sarà tanto più da valutare positivamente quanto più promuoverà in noi consapevolezza, creatività e responsabilità, e sarà tanto più da valutare negativamente quanto più tali disposizioni verranno diminuite o addirittura inibite. 


domenica 14 gennaio 2018

ritorna a scuola il Caffè filosofico


Anche quest'anno la professoressa Vacante propone a scuola il Caffè filosofico, offendo a tutti gli studenti una stimolante occasione di incontro e riflessione su alcuni temi della filosofia antica e medievale
Il primo incontro del Caffè filosofico si svolgerà in 
aula Galileo il 25 gennaio dalle ore 15 alle ore 18
Il suo tema portante sarà:
Sapienza e conoscenza tra oriente e occidente. Platone e la filosofia dell’India arcaica
 La conferenza analizzerà  la visione filosofica arcaica in Oriente ed in Occidente allo scopo di evidenziarne i punti di contatto.
Secondo un certo filone di studi, la matrice linguistica e culturale indoeuropea si diversificò in base ai diversi stanziamenti territoriali delle popolazioni ariane, fondendosi appunto con le lingue e le tradizioni locali. 
Soffermiamoci su India e Grecia.

Nel 2200 a. C. circa, gli indoeuropei penetrarono nell’India del nord dando origine ad una produzione filosofico-mistica che trovò espressione nei Veda, summa del pensiero induista arcaico e nel Vedanta (ultima parte dei Veda), le cosiddette Upanishad, che fiorirono tra il 700 e il 300 a. C.
Nel 2000 a.C. circa cominciò la migrazione anche nella penisola balcanica, dove di lì a poco ebbe inizio la cosiddetta età del mito. Nel 600 a.C. in Grecia nasceva la Filosofia con i Presocratici, il cui Pensiero verrà poi sistematizzato ed amplificato da Platone, massimo interprete e sintetizzatore dell’antica cultura indoeuropea.
Entrambe le realtà culturali, la greca e l’induista, pur nell’apparente diversità, conservano una medesima visione della realtà.



Le adesioni degli studenti partecipanti devono essere comunicate 
alla prof.ssa Vacante entro mercoledì 17 gennaio

La partecipazione al corso è gratuita

domenica 24 dicembre 2017

il Natale di tutti noi



Pensa all'origine di ogni cosa, 
agli elementi che la compongono,
a ciò in cui si trasformerà, a ciò che sarà dopo la trasformazione,
dalla quale proprio nessun danno potrà subire. 
Uva acerba, uva matura, uva passa.

Tutto è trasformazione, non verso il non essere,
ma verso ciò che non è ancora.  

Marco Aurelio


auguri a tutti
per una rinascita continua,
perchè la vita autentica 
richiede coraggio, consapevolezza, impegno
ma è l'unica
in cui l'uomo può misurare se stesso
senza smarrirsi nel vuoto
 


lunedì 11 dicembre 2017

il pendolo della vita



Potsdam, la targa della  Schopenhauerstrasse
mappe e testi


"Già nella natura incosciente, costatammo che la sua essenza è una costante aspirazione senza scopo e senza posa; nel bruto e nell’uomo, questa verità si rende manifesta in modo ancor più eloquente. Volere e aspirare, questa è la loro essenza; una sete inestinguibile. Ogni volere si fonda su di un bisogno, su di una mancanza, su di un dolore: quindi è in origine e per essenza votato al dolore. 

Ma supponiamo per un momento che alla volontà venisse a mancare un oggetto, che una troppo facile soddisfazione venisse a spegnere ogni motivo di desiderio: subito la volontà cadrebbe nel vuoto spaventoso della noia: la sua esistenza, la sua essenza, le diverrebbero un peso insopportabile. Dunque la sua vita oscilla, come un pendolo, fra il dolore e la noia, suoi due costitutivi essenziali. 

Donde lo stranissimo fatto, che gli uomini, dopo aver ricacciati nell’inferno dolori e supplizi, non trovarono che restasse, per il cielo, niente all’infuori della noia. Questo sforzo perenne, costituente l’essenza di ogni fenomeno della volontà, riesce finalmente, nei gradi più alti della sua oggettivazione, a trovare il suo primo e più generale principio; la volontà si rivela qui a se stessa, in un corpo vivo che le comanda imperiosamente di nutrirlo; e il comando trae la sua forza precisamente da ciò, che il corpo è la volontà di vivere oggettivata. [...] 

Per i più, la vita non è che una lotta continua per l’esistenza, con la cer­tezza di una disfatta finale. E ciò che dà loro tanta forza di persistere in questo disastroso conflitto, non è tanto l’amor della vita, quanto la paura della morte, che tuttavia sta là, nel fondo, pronta sempre ad affacciarsi. La vita è un mare seminato di scogli e di gorghi, che l’uomo riesce, con cura e con prudenza estreme, ad evitare; sapendo però che se anche gli vien fatto, con la sua forza e con la sua destrezza, di cavarsela, non fa che avvicinarsi man mano al grande, al totale, all’inevitabile, all’irreparabile naufragio; sapendo che il suo è un veleggiare verso il naufragio, verso la morte; ultimo termine del penoso viaggio, meta spaventosa più degli scogli evitati. Lo sforzo di vivere non ha un fine ultimo.  

È poi anche da notare: per un verso, che i dolori e le torture della vita posson facilmente arrivare a una tale intensità, che la morte stessa ci divenga desiderabile: sicché, quantunque la nostra esistenza consista nel fuggirla, pure le si corra incontro volentieri; per un altro verso, che, non appena il bisogno e la sofferenza ci diano un momento di respiro, ci piomba subito addosso la noia, sicché siamo costretti a cercare qualche passatempo. Ciò che tien desti e in moto i viventi, è il desiderio di vivere. Orbene: assicurata che abbiano la vita, non sanno più che farsene: sopravviene allora un altro stimolo: il desiderio di liberarsi dal peso dell’esistenza, di renderlo insensibile, di «ammazzare il tempo»; in altre parole, di sfuggire alla noia. 

Così, la più gran parte di quelli che sono al riparo da ogni bisogno e da ogni preoccupazione, una volta riusciti a liberarsi di ogni altro peso, finiscono per diventar di peso a se stessi, e per ritenere come tanto di guadagnato, ogni ora che riescono a passare, ogni particella che riescono a sottrarre a quella vita, per il cui massimo prolungamento avevano prima impegnate tutte le loro forze. La noia non è, del resto, il meno disprezzabile dei mali; finisce per imprimere nel viso una stimmata di vera disperazione. La noia è appunto la causa per cui esseri che si amano così poco fra loro, e cioè gli uomini, pure si cercano a vicenda con tanta premura; è, dunque, la radice della socievolezza. E contro la noia, la saggezza politica prende, come contro le calamità comuni, dei provvedimenti pubblici. A ragione; perché la noia, e il suo estremo opposto che è la fame, può spingere gli uomini ai più furiosi eccessi; panem et circenses è ciò di cui il popolo ha bisogno. Il rigido sistema penitenziario di Filadelfia, che impone l’isolamento e l’inazione, fece della noia un mezzo di punizione: l’effetto fu così terribile, da spingere al suicidio i detenuti. 

Se il bisogno è il flagello del popolo, la noia è il supplizio delle classi superiori. Nella borghesia, la noia è rappresentata dalla domenica, il bisogno dagli altri sei giorni della settimana. Tutta la vita umana scorre tra il desiderio e la soddisfazione. Il desiderio è per sua natura dolore: la soddisfazione si traduce presto in sazietà. Il fine, in sostanza, è illusorio: col possesso, svanisce ogni attrattiva; il desiderio rinasce in forma nuova, e con esso, il bisogno; altrimenti, ecco la tristezza, il vuoto, la noia, nemici ancor più terribili del bisogno. 

Quando il desiderio e la soddisfazione si seguono a intervalli non troppo lunghi né troppo brevi, la sofferenza che deriva da entrambi è ridotta al suo minimum, e si ha la vita più felice...."

A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione,
libro IV, § 57, pp. 352-354 



rispondi:

 In che senso la socievolezza dell’uomo si spiega col desiderio di fuggire la noia?

Qual è l’origine del dolore? 

Perché quando cessa il dolore subentra la noia?

Commenta con osservazioni tratte dalla tua esperienza le affermazioni di Schopenhauer sulle emozioni che dominano il corso dell’esistenza: dolore e noia, ansia e paura, senso di vuoto e desiderio di comunicazione. Ne condividi l'analisi nell'esistenza? Come hai cercato di affrontarle?